Dicembre 2024... riscoprendo nei mercatini ho trovato S.S. Van Dine, una lettura giovanile , ispirata dalla TV bianco e nero  del monopolio , dagli sceneggiati, allora si chiamavano cosi le serie , in onda in prima serata e il detective  Philo Vance interpretato da una Albertazzi in piena forma in una America-USA anni 20-30 del 1900, ricostruita in studio in Italia.  I tre romanzi erano  La strana Morte del Mr Benson, La Canarina Assassinata e La Fine dei Green.  Il romanzo che ho acquistato ad un euro uscito dalla Mondadori al tempo usci in economico a lire 1000.  L' Enigma dell' Alfiere(1929) , parte da un omicidio ,  Il campione di tiro J.C. Robin è stato ucciso con una freccia al cuore. Philo Vance è chiamato a risolvere l'enigma per rispondere alla sfida del misterioso e geniale Alfiere, che si firma come tale in biglietti dattiloscritti inviati alla polizia e ai giornali. Una lunga serie di omicidi insanguina l'ambiente degli amici e dei conoscenti di casa Dillard, e ogni assassinio segue le modalità di una diversa filastrocca infantile le famose filastrocche di Mamma Oca. Vance comprende infine la motivazione che si cela dietro la scelta dello pseudonimo dell'assassino e ne rivela il movente grazie alla sua conoscenza della psicologia e dei più moderni sviluppi nel campo della matematica e della fisica.  S. S.  Van Dine  prende per mano il lettore , tra formule matematiche,  citazioni di partite di Scacchi , con campioni del del tempo come Akiba Kivelovič Rubinstein campione polacco del tempo. Come in tutti i romanzi di S.S. Van Dine il colpevole è sempre in primo piano, così tra lunghe disquisizioni tra la matematica gli scacchi  e altro . Vance arriva a scoprire l autore della serie di delitti , con un finale scacchistico , a sorpresa con una mossa  spettacolare da scacco matto Vance.…chiude la scena,  altro non dico da leggere  tutto di un fiato .

Buon Natale 

 

Le venti regole del Giallo Perfetto
Il lettore deve avere le stesse possibilità del detective di risolvere il mistero. Tutti gli indizi e le tracce debbono essere chiaramente elencati e descritti.
Non devono essere esercitati sul lettore altri sotterfugi e inganni oltre quelli che legittimamente il criminale mette in opera contro lo stesso investigatore.
Non ci dev'essere una storia d'amore troppo interessante. Lo scopo è di condurre un criminale davanti alla Giustizia, non due innamorati all'altare.
Né l'investigatore né alcun altro dei poliziotti ufficiali deve mai risultare colpevole. Questo non è un buon gioco: è come offrire a qualcuno un soldone lucido per un marengo; è una falsa testimonianza.
Il colpevole dev'essere scoperto attraverso logiche deduzioni: non per caso, o coincidenza, o non motivata confessione. Risolvere un problema criminale a codesto modo è come spedire determinatamente il lettore sopra una falsa traccia per dirgli poi che tenevate nascosto voi in una manica l'oggetto delle ricerche. Un autore che si comporti così è un semplice burlone di cattivo gusto.
In un romanzo poliziesco ci dev'essere un detective, e un detective non è tale se non indaga e deduce. Il suo compito è quello di riunire gli indizi che possono condurre alla cattura di chi è colpevole del misfatto commesso nel capitolo I. Se il detective non raggiunge il suo scopo attraverso un simile lavoro non ha risolto veramente il problema, come non lo ha risolto lo scolaro che va a copiare nel testo di matematica il risultato finale del problema.
Ci dev'essere almeno un morto in un romanzo poliziesco e più il morto è morto, meglio è. Nessun delitto minore dell'assassinio è sufficiente. Trecento pagine sono troppe per una colpa minore. Il dispendio di energie del lettore dev'essere remunerato!
Il problema del delitto deve essere risolto con metodi strettamente naturalistici. Apprendere la verità per mezzo di scritture medianiche, sedute spiritiche, la lettura del pensiero, suggestione e magie, è assolutamente proibito. Un lettore può gareggiare con un detective che ricorre a metodi razionali: se deve competere anche con il mondo degli spiriti e con la metafisica, è battuto ab initio.
Ci deve essere nel romanzo un detective, un solo "deduttore", un solo deus ex machina. Mettere in scena tre, quattro, o addirittura una banda di segugi per risolvere il problema significa non soltanto disperdere l'interesse, spezzare il filo della logica, ma anche attribuirsi un antipatico vantaggio sul lettore. Se c'è più di un detective, il lettore non sa più con chi sta gareggiando: sarebbe come farlo partecipare da solo a una corsa contro una staffetta.
Il colpevole deve essere una persona che ha avuto una parte più o meno importante nella storia, una persona cioè, che sia divenuta familiare al lettore, e lo abbia interessato.
I servitori non devono essere, in genere, scelti come colpevoli: si prestano a soluzioni troppo facili. Il colpevole deve essere decisamente una persona di fiducia, uno di cui non si dovrebbe mai sospettare.
Nel romanzo deve esserci un solo colpevole, al di là del numero degli assassinii. Ovviamente che il colpevole può essersi servito di complici, ma la colpa e l'indignazione del lettore devono ricadere su un solo cattivo.
Società segrete, associazioni a delinquere et similia non trovano posto in un vero romanzo poliziesco. Un delitto interessante è irrimediabilmente sciupato da una colpa collegiale. Certo anche al colpevole deve essere concessa una "chance": ma accordargli addirittura una società segreta è troppo. Nessun delinquente di classe accetterebbe.
I metodi del delinquente e i sistemi di indagine devono essere razionali e scientifici. Vanno cioè senz'altro escluse la pseudo-scienza e le astuzie puramente fantastiche, alla maniera di Jules Verne. Quando un autore ricorre a simili metodi può considerarsi evaso, dai limiti del romanzo poliziesco, negli incontrollati domini del romanzo d'avventura.
La soluzione del problema deve essere sempre evidente, ammesso che vi sia un lettore sufficientemente astuto per vederla subito. Se il lettore, dopo aver raggiunto il capitolo finale e la spiegazione, ripercorre il libro a ritroso, deve constatare che in un certo senso la soluzione stava davanti ai suoi occhi fin dall'inizio, che tutti gli indizi designavano il colpevole e che, se fosse stato acuto come il detective, avrebbe potuto risolvere il mistero da sé, senza leggere il libro sino alla fine. Il che – inutile dirlo – capita spesso al lettore ricco d'istruzione.
Un romanzo poliziesco non deve contenere descrizioni troppo diffuse, pezzi di bravura letteraria, analisi psicologiche troppo insistenti, presentazioni di "atmosfera": tutte cose che non hanno vitale importanza in un romanzo di indagine poliziesca. Esse rallentano l'azione, distraggono dallo scopo principale che è: porre un problema, analizzarlo, condurlo a una conclusione positiva. Si capisce che ci deve essere quel tanto di descrizione e di studio di carattere che è necessario per dare verosimiglianza alla narrazione.
Un delinquente di professione non deve mai essere preso come colpevole in un romanzo poliziesco. I delitti dei banditi riguardano la polizia, non gli scrittori e i brillanti investigatori dilettanti. Un delitto veramente affascinante non può essere commesso che da un personaggio molto pio, o da una zitellona nota per le sue opere di beneficenza.
Il delitto, in un romanzo poliziesco, non deve mai essere avvenuto per accidente: né deve scoprirsi che si tratta di suicidio. Terminare una odissea di indagini con una soluzione così irrisoria significa truffare bellamente il fiducioso e gentile lettore.
I delitti nei romanzi polizieschi devono essere provocati da motivi puramente personali. Congiure internazionali ecc. appartengono a un altro genere narrativo. Una storia poliziesca deve riflettere le esperienze quotidiane del lettore, costituisce una valvola di sicurezza delle sue stesse emozioni.
Ed ecco infine, per concludere degnamente questo "credo", una serie di espedienti che nessuno scrittore poliziesco che si rispetti vorrà più impiegare; perché già troppo usati e ormai familiari ad ogni amatore di libri polizieschi. Valersene ancora è come confessare inettitudine e mancanza di originalità:
scoprire il colpevole grazie al confronto di un mozzicone di sigaretta lasciata sul luogo del delitto con le sigarette fumate da uno dei sospettati;
il trucco della seduta spiritica contraffatta che atterrisca il colpevole e lo induca a tradirsi;
impronte digitali falsificate;
alibi creato grazie a un fantoccio;
cane che non abbaia e quindi rivela il fatto che il colpevole è uno della famiglia;
il colpevole è un gemello, oppure un parente sosia di una persona sospetta, ma innocente;
siringhe ipodermiche e bevande soporifere;
delitto commesso in una stanza chiusa, dopo che la polizia vi ha già fatto il suo ingresso;
associazioni di parole che rivelano la colpa;
alfabeti convenzionali che il detective decifra.

S. S. Van Dine, pseudonimo di Willard Huntington Wright (Charlottesville, 15 ottobre 1887 – New York, 11 aprile 1939), è stato uno scrittore e critico d'arte statunitense, noto autore di gialli.Nacque da Archibald Davenport Wright ed Annie Van Vranken.

L'unico volume biografico dedicato a Wright (Alias S.S. Van Dine, 1992, di John Loughery) ha rivelato che lo scrittore era nato nel 1887 e non, come da lui stesso fatto credere, nel 1888. Wright iniziò giovanissimo ad occuparsi di critica letteraria, specializzandosi poi come esperto di arte e avviando collaborazioni con giornali e riviste. Nel 1912 fu nominato editor del periodico letterario The Smart Set, grazie a cui divenne dapprima conoscente e poi intimo amico di importanti figure come Theodore Dreiser, Henry Louis Mencken e Maxwell Perkins.È del 1916 The Man of Promise, il suo primo e unico romanzo non a carattere poliziesco: il libro ottenne buone critiche, ma non ricevette quel successo nel quale Van Dine confidava.Costretto a robuste terapie mediche per gravi problemi di salute e vessato da fortissimi problemi economici, Wright decise di approfondire il genere letterario poliziesco fin quando non si sentì in grado di potervisi cimentare a sua volta, progettando di scrivere una trilogia da cui trarre i guadagni necessari a riprendere l'attività di studioso. In realtà i problemi economici, come indica la biografia di Loughery, derivavano da una pesante dipendenza da droghe di ogni genere, delle quali era sempre stato indefesso sperimentatore.
Scelse lo pseudonimo "S.S. Van Dine", S.S. era l'abbreviazione di Smart Set, il nome della sua vecchia rivista, mentre "Van Dine" rappresentava un omaggio al pittore Antoon van Dyck col quale Wright aveva una certa somiglianza di tratti, e creò così il personaggio di Philo Vance: esteta, intellettuale, studioso di psicologia, cultore d'arte e molto altro, Vance è un personaggio strettamente legato al concetto nietzschiano del "Superuomo". Questo è anche dovuto al fatto che Wright fu a tal punto appassionato e studioso del celebre filosofo da contestare violentemente all'epoca la stesura della relativa voce sull'Enciclopedia Britannica.Il successo di vendita dei primi cinque romanzi a nome Van Dine fu tale da consentire alla casa editrice Scribner's, come spiega la biografia di Loughery, di superare indenne la grave crisi economica del 1929. Wright divenne ricchissimo per la prima volta in vita sua e finì per adottare uno stile di vita non molto dissimile da quello del suo ormai celeberrimo personaggio. I suoi tormenti interiori, associati a un pessimo carattere e alla consapevolezza di non poter più tornare a occuparsi dei suoi prediletti studi di arte e letteratura perché il mercato continuava a richiedere romanzi e sceneggiature a nome Van Dine, lo spinsero ben presto a tuffarsi di nuovo nella droga e nell'alcol. Minato nello spirito e nel fisico, alcune fotografie scattate nel 1938 lo fanno sembrare assai più vecchio dei suoi cinquantun anni, Wright scomparve nel 1939 per problemi di cuore e circolazione, lasciando gli avanzi di un enorme patrimonio che aveva via via largamente intaccato, una preziosissima raccolta di opere d'arte e un ben avviato allevamento di terrier scozzesi.Nei su0i momenti migliori Van Dine è un autore di gialli basati largamente sulla razionalità e su quello che è stato definito un "gioco intellettuale", quello appunto di risolvere enigmi servendosi della semplice logica, in questo caso prettamente deduttiva. Invece nei suoi ultimi romanzi lo scrittore inizia a staccarsi da questa impostazione per offrire sempre più spazio alle scene di pura e semplice azione alla maniera di Dashiell Hammett, autore che peraltro Wright disprezzava profondamente anche perché questi nel 1925 aveva scritto una recensione sfavorevole di La strana morte del signor Benson su un periodico letterario.Gli ultimi due romanzi a nome Van Dine sono nati come soggetti cinematografici: The Gracie Allen Murder Case fu pubblicato addirittura dopo l'uscita del film, mentre The Winter Murder Case è rimasto allo stato di seconda stesura, delle tre cui Wright sottoponeva i suoi libri polizieschi, e questo spiega la sua sostanziale brevità.A Wright si devono inoltre le famose "Venti regole per scrivere romanzi polizieschi" (Twenty Rules for Writing Detective Stories) che intendevano stilare una casistica del genere a beneficio di autori e lettori, The World's Great Detective Stories, una corposa antologia la cui lunga prefazione costituisce ancora oggi un testo fondamentale, seppure datato, nella storia della critica del giallo. Da Philo Vance, suo personaggio più famoso, la RAI ha tratto nel 1974 una miniserie televisiva intitolata appunto Philo Vance e interpretata da Giorgio Albertazzi.