Per Carlo Galli ottenere il brevetto da pilota era stato impegnativo. Dopo i due anni da allievo ufficiale, era riuscito a entrare nella Regia Aeronautica. Dopo mesi trascorsi con il tenente Giulio Marelli sul Gabardini: un velivolo bianco con la grossa scritta a caratteri cubitali sulla fiancata “A-AXA-G”. Si era affezionato a quel biplano, un insieme di tubi d’acciaio saldati, coperti da una lamiera sul muso e dalla tela nella parte posteriore, che ogni tanto si sollevava in qualche punto. Quelle ali, un misto di centine in legno, tela e longheroni metallici, in un primo tempo gli avevano dato un senso di insicurezza; poi, aveva imparato a fidarsi del mezzo, a capirlo a “dialogare” nel cielo sotto le direttive di Marelli gli impartite dal sedile posteriore.

Nel volo d’esame, solcò il cielo, da solo per la prima volta: comprese allora che la sua vita era lì, sopra i campi squadrati, con le colline all’orizzonte, il suo futuro sarebbe stato nell’aria.

La galaverna copriva i prati in quell’inverno del 1914-15. In Europa era scoppiata la guerra tra gli Imperi Centrali, la Francia e la Russia dello zar Nicola Romanov. L’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero d’Austria-Ungheria — retto ancora dal vecchio imperatore Francesco Giuseppe, che aveva visto il Risorgimento italiano riprendersi il Lombardo-Veneto — aveva dato fuoco alle polveri. Solo Trento e Trieste erano rimaste all’Impero dell’aquila bifronte. L’Italia faceva parte della Triplice Alleanza con Germania e Austria, ma il desiderio dei Savoia di annettere le terre irredente del Trentino e del Friuli non si era mai sopito. Le voci di un cambio di schieramento, di un’entrata in guerra erano sempre più insistenti; le piazze si riempivano di manifestazioni interventiste a fianco dell’Intesa, alimentate da un certo Mussolini, ex direttore dell’Avanti, aveva da poco fondato Il Popolo d’Italia,gran cassa dell’interventismo.

Le ruote del carrello toccarono il verde del prato gelato. Con un gesto veloce Carlo premette il tasto: l’elica smise di girare e il motore si spense. L’inerzia dell’atterraggio lo portò in fondo alla pista. Oltre il fossato dove sorgevano gli hangar,Sul prato esterno c’erano le squadriglie , attorno a esse, i meccanici intenti a installare le mitragliatrici . Poco lontano, la baita del circolo ufficiali era già aperta. Il nuovo velivolo, un Nieuport 10, era un gioiello, quel volo ne era la prova. Scese sul prato; quella mattina dovevano consegnargli l’insegna da applicare sulla fiancata: il “Tre di Fiori”, giallo oro su sfondo nero.

L’addetto arrivò con la placca in metallo leggero, raffigurante la carta da gioco, grande circa 30×50 cm.
«Buongiorno, Tenente» esordì l’aviere facendo il saluto. Galli ricambiò.
«Il fabbro ha fatto un bel lavoro». L’aviere posò la placca
«Dove la vuole?». Galli si spostò verso il centro della carlinga:
«Qua va bene». prese le misure e fissò i rivetti sulla pancia del velivolo, verso la coda, poco distante dal tricolore verniciato e dai due dischi sulle ali. Una volta rimasto solo, Carlo restò alcuni istanti a osservare la carta da gioco. Lo aveva fatto vincere più di una volta durante le serate al tavolo del bridge forse era solo una serie di mani fortunate con il tre di fiori a condurre.

Una voce ruppe il silenzio.
«Tenente Galli, allora… ha un aereo tutto suo?». Si girò: era il capitano Giulio Marelli. «Sì, finalmente. Ma devo ringraziare lei per le sue lezioni».
«Lo eri già, ho lavorato sul tuo talento. Ma perché proprio il Tre di Fiori?».
«È una carta che mi ha sempre portato bene al bridge. Nei tarocchi — anche se non ci credo molto — è sinonimo di una figura capace di concretizzare idee e volontà con senso pratico e stabilità. Penso di averne almeno un briciolo». «Visto come ha superato il corso, lo penso anch’io».
«Il circolo ha appena aperto, ci vuole qualcosa di caldo» propose Galli.
I due si avviarono verso la baita.
«Capitano, vedo che stanno armando i velivoli con le mitragliatrici».
«Sì, è un nuovo addestramento. In futuro la guerra non sarà solo in mare e sui campi di battaglia; sta già avvolgendo l’intera Europa».
Il capitano accelerò il passo tra l’erba gelata.
All’interno del circolo ufficiali c’era poca gente. Sul tavolo accanto alla porta giaceva una copia de Il Popolo d’Italia con un editoriale di Benito Mussolini. I due passarono oltre e si avvicinarono al banco.
«Per il freddo che ho preso stamattina in volo, ci vuole un punch».
«Sì, pure per me» rispose Marelli. Il cameriere preparò due tazze fumanti.
«Ce le porti a quel tavolo».

I due si diressero verso un angolo sotto il ritratto di Re Vittorio Emanuele III, accanto alla bandiera con lo stemma sabaudo. Con un gesto, Marelli afferrò dalla rastrelliera una copia del Corriere della Sera. I titoli erano quasi tutti dedicati alla guerra che infuriava sul fronte franco-tedesco. Si sedettero vicino a una finestra, mentre fuori il gelo non mollava la presa sul prato.

«Ho avuto una notizia che mi aspettavo» disse Marelli, distogliendo lo sguardo dal quotidiano. «Il mio amico Roland Garros è stato nominato comandante delle squadriglie di ricognitori sulle linee del fronte».
«Ne ho sentito parlare, ho letto qualcosa sui giornali» rispose Carlo sorseggiando il punch. «Circolava la notizia che fosse stato abbattuto dalla mitragliata di un dirigibile tedesco… ma per fortuna era falsa». Il capitano accostò la bevanda alle labbra, bevendo a piccoli sorsi.
«Certo che sparare pilotando sarà impegnativo» proferì Galli.
«Già succede sul fronte franco-tedesco. L’aviazione, dai compiti di ricognizione sulle trincee, ora ingaggia veri e propri duelli in aria. Qualcuno sgancia bombe dalla carlinga, ma le munizioni trasportabili sono troppo poche…»

«Ho fatto diverse ore di volo e ho perfezionato i looping. Con le picchiate e le cabrate ho una certa dimestichezza; dalla prossima settimana farò armare il TRE DI CUORI» finì il punch, «vista l’aria che tira, bisogna essere preparati».
«Infatti il capitano Francesco Baracca del Battaglione Aviatori, che già comanda la Sesta Squadriglia, si trova a Parigi per un ciclo di addestramento sui velivoli Nieuport 10. Dall’inizio delle ostilità portano una mitragliatrice Hotchkiss, mentre quelle che stiamo montando noi sono Fiat-Revelli».
«Se il capitano Baracca è in Francia… la nostra eventuale entrata in guerra…»
«Hai già capito» replicò il capitano. Lanciò lo sguardo oltre la finestra: ormai il gelo lasciava il posto al verde illuminato dai raggi del sole.

Giugno 1916. Fronte Italiano. Nel maggio 1915 l’Italia era entrata in guerra a fianco di Francia e Russia contro gli Imperi Centrali. Sui cieli del fronte imperversava la X Squadriglia Caproni, con velivoli da bombardamento sulle trincee imperiali. Era già trascorso un anno di guerra; Galli non aveva mai usato la mitragliatrice del suo Nieuport: le sue missioni erano più che altro di ricognizione e aveva imparato a usare la macchina fotografica fissata su supporti laterali. Nelle pause al circolo ufficiali, le imprese di Francesco Baracca e di altri assi tenevano banco in quella logorante guerra di trincea. L’atterraggio fu morbido. Il sole di quell’estate di guerra colpiva le ali e un raggio illuminò il logo “Tre di Fiori”. Nel frattempo si avvicinarono un paio di addetti e il colonnello Franti. Galli salutò militarmente.
«Tutto bene, tenente, il sorvolo sulle linee nemiche?»
«Questa volta sì. Mi sono tenuto per lo più sopra il tiro della loro contraerea» continuò, «ho fatto qualche picchiata scattando foto da vicino, non hanno sparato un colpo».
Il colonnello ordinò agli avieri di smontare l’apparecchio fotografico. «Ho una notizia per lei» disse, allungando un foglio a Galli. Carlo lo aprì: era un dispaccio di poche righe.

“In data 29/05/1916. L’aereo con a bordo il Capitano Giulio Marelli e il sergente Elio Brindani, con mansione di mitragliere, è stato abbattuto sulle colline di Podgora. Entrambi i componenti dell’equipaggio sono morti tra i resti del velivolo caduto.
Il comando Di Divisione”

Carlo ottenne un giorno di permesso. Lo trascorse scrivendo lettere a casa per tranquillizzare i genitori — che dopo un anno di guerra non avevano ancora accettato la situazione — e a Francesca Venturi, la ragazza che aveva promesso di sposare. Lo scoppio del conflitto (che qualcuno aveva predetto sarebbe finito in pochi mesi) aveva fatto rinviare ogni programma di nozze. L’immagine del capitano Giulio Marelli gli passava davanti: le conversazioni al circolo sui nuovi velivoli, le sue conoscenze nella neonata arma aeronautica, i viaggi in Francia e l’amicizia con l’asso Roland Garros e con il maggiore Francesco Baracca, comandante della 91ª Squadriglia.

Verso sera arrivò al suo alloggio il pacco che aspettava da tempo: veniva dalla Francia. Tolse l’involucro; sotto la chiusura c’era la bandiera francese. Sfiorò la serratura e il contenitore si aprì, rivelando un bagliore dorato che usciva dal box. Erano le fléchettes: dardi che gli aerei francesi lanciavano sugli avversari nel duello aereo come alternativa al piombo della mitragliatrice. Non avevano carica esplosiva, ma da quello che aveva appreso potevano causare danni terribili: la morte dei piloti, o il ferimento letale, portandoli alla caduta.

Era una mattina di sole in quel fine novembre 1917, dopo la ritirata sul Piave e la stabilizzazione del fronte. Galli riprese il suo servizio di ricognizione. I cannoni, per il momento, tacevano. Sistemò la fotocamera sul fianco e la attivò. Sorvolò la zona dei reticolati divelti dalla gelatina esplosiva; tra un cratere e l’altro notò i resti dei tubi posizionati dai genieri. Virò verso la prima linea austriaca in una leggera picchiata, tenendosi sempre fuori dal raggio delle mitragliatrici. Tutto sembrava tranquillo e aveva già scattato alcune fotografie quando udì un rumore sordo alle sue spalle.

In coda apparve la sagoma di un Albatros completamente rosso. Aveva sentito dire che molti piloti da caccia facevano tingere i propri aerei di quel colore, seguendo l’esempio del Barone Manfred von Richthofen. Carlo pensò che non potesse essere lui, impegnato sul fronte franco-tedesco, anche se l’Impero asburgico aveva chiesto aiuto per le battaglie aeree. La Balkenkreuz campeggiava sulla fiancata dell’Albatros.

Nel suo servizio di ricognitore non era quasi mai stato coinvolto direttamente in un duello; il più delle volte osservava le squadriglie da caccia librarsi in cielo solo dopo aver ricevuto l’ordine di rientro. Tolse la copertura alla mitragliatrice, quasi mai usata. L’Albatros rosso sgargiante gli sfrecciò accanto in un loop acrobatico in segno di sfida. Vide che il pilota era solo: indossava casco, occhiali e un giubbotto di pelle nera con il collo in lana di pecora. Carlo premette il grilletto, ma la sicura era ancora inserita; la tolse rapidamente. L’Albatros era di fronte a lui e accelerava; il rombo si faceva sempre più prossimo.

Udì il crepitare della mitragliatrice nemica. Afferrò la cloche, prese quota disegnando una duna tra le nuvole e sentì il sibilo dei proiettili all’altezza del carrello. Un tonfo attirò la sua attenzione: un paio di colpi avevano centrato la centina alare destra sotto l’alettone, forando l’involucro senza però causare gravi conseguenze. Accanto al sedile, azionò la leva del box del “Tre di Fiori”.

Altri proiettili sfiorarono la carlinga senza danneggiarla. L’Albatros effettuò una rollata sul proprio asse e Galli se lo ritrovò davanti, sullo sfondo di un cirro oblungo che oscurava i raggi del sole. Vide il pilota nemico afferrare il grilletto, ma a differenza della scarica precedente, il nastro si era inceppato: nessun colpo uscì. L’Albatros iniziò a cabrare, conscio di essere diventato il bersaglio. Si gettò a sinistra con una poderosa virata. Poteva essere la sua prima “tacca” sulla fiancata, la vendetta per l’abbattimento di Marelli. Con una manovra acrobatica capovolse il velivolo e i due si trovarono di nuovo faccia a faccia.
Carlo azionò la leva del box laterale contrassegnato dal logo del Tre di Fiori. Dai fori situati sui petali del simbolo uscirono i dardi dorati che, dopo un breve tratto in aria, si conficcarono nell’Albatros. L’aereo nemico vacillò ma non cadde. Carlo vide l’avversario portarsi una mano alla gola: il collo di lana bianca era ora rosso di sangue. Galli si avvicinò ancora; l’uomo teneva la cloche con una mano e con l’altra premeva un panno sull’emorragia. La carlinga dell’Albatros era crivellata. Un’ultima scarica sarebbe stata la fine per l’austriaco. In un attimo, a Carlo tornò in mente l’abbattimento di Marelli. Strinse il grilletto… poi si bloccò.

Si portò avanti con una virata, finché i due velivoli non furono di nuovo affiancati. Lasciò il comando della mitragliatrice e sollevò un pannello rendendolo visibile all’avversario: l’immagine del Tre di Fiori con la bandiera italiana e il logo della squadriglia. Salutò il nemico e virò, dirigendosi verso le proprie linee.

Maggio 1919. La guerra era finita da mesi. Per Carlo Galli, aver portato a casa la pelle era già un traguardo immenso. Gli assi del volo, da Francesco Baracca a von Richthofen, avevano perso la vita: l’italiano nel giugno del 1918, il tedesco poco prima, in aprile, un destino tragico e beffardo per entrambi. Quel conflitto mondiale, durato quattro anni (tre per l’Italia), aveva lasciato milioni di morti nelle trincee.

Se ne stava solo al circolo ufficiali e, dalla finestra, osservava il suo “Tre di Fiori” fermo davanti all’hangar. Erano gli ultimi giorni di servizio; presto l’aereo sarebbe “tornato nel mazzo”. Altri modelli, più moderni, si affacciavano sul panorama aeronautico. Sul tavolo, accanto al caffè, giaceva la sua richiesta di congedo. Si passò una mano sulla spallina, accarezzando i gradi di capitano. Pensò che forse l’aviazione avrebbe avuto un futuro civile e commerciale; aveva letto di due piloti inglesi che stavano organizzando una trasvolata atlantica da Terranova all’Irlanda, mentre in Inghilterra una compagnia privata già pensava a voli passeggeri. Poteva essere quello il suo futuro.