Enrico Grossi quello che scrivo

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Lettura di PASQUA. Ombre…faticose, ma ne vale la pena

E’ stata un lettura pasquale , tra le tante. Devo dire che da lettore attempato di URANIA l’approccio non è stato facile. Da sempre cerco autori Italiani di fantascienza, dai tempi della rivista ROBOT, storica l’allora direttore Vittorio Curtoni , aveva riservato uno spazio racconti. Pero l’idea dei sue cloni ,A. Turing e M. Monore (Norma jeane Mortenson Beaker) risvegliati in un futuro in apparenza lontano , mi ha tenuto attaccato alla vicenda. I corsivi flash-back all’inizio di ogni capitolo, sono un indispensabile collegamento temporale, tra i coloni e i personaggi originali, la simulazione non è mai replica, perfetta del originale. Sono arrivato alla fine lettura, con l’epilogo compensa la fatica, del percorso. Esiste anche un fantascienza italiana (da sempre) che ha una sua valenza letteraria , il romanzo di Antonella Mecenero, sta in questa fascia , forse il preconcetto famoso … andrebbe messo da parte. Sia dai lettori che editori. Da leggere .( forse per me anche una seconda volta)

Ombre di Sogni e di Stelle
Antonella Mecenero
Urania Mondadori

Il TRE DI FIORI

 

Per Carlo Galli ottenere il brevetto da pilota era stato impegnativo. Dopo i due anni da allievo ufficiale, era riuscito a entrare nella Regia Aeronautica. Dopo mesi trascorsi con il tenente Giulio Marelli sul Gabardini: un velivolo bianco con la grossa scritta a caratteri cubitali sulla fiancata “A-AXA-G”. Si era affezionato a quel biplano, un insieme di tubi d’acciaio saldati, coperti da una lamiera sul muso e dalla tela nella parte posteriore, che ogni tanto si sollevava in qualche punto. Quelle ali, un misto di centine in legno, tela e longheroni metallici, in un primo tempo gli avevano dato un senso di insicurezza; poi, aveva imparato a fidarsi del mezzo, a capirlo a “dialogare” nel cielo sotto le direttive di Marelli gli impartite dal sedile posteriore.

Nel volo d’esame, solcò il cielo, da solo per la prima volta: comprese allora che la sua vita era lì, sopra i campi squadrati, con le colline all’orizzonte, il suo futuro sarebbe stato nell’aria.

La galaverna copriva i prati in quell’inverno del 1914-15. In Europa era scoppiata la guerra tra gli Imperi Centrali, la Francia e la Russia dello zar Nicola Romanov. L’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero d’Austria-Ungheria — retto ancora dal vecchio imperatore Francesco Giuseppe, che aveva visto il Risorgimento italiano riprendersi il Lombardo-Veneto — aveva dato fuoco alle polveri. Solo Trento e Trieste erano rimaste all’Impero dell’aquila bifronte. L’Italia faceva parte della Triplice Alleanza con Germania e Austria, ma il desiderio dei Savoia di annettere le terre irredente del Trentino e del Friuli non si era mai sopito. Le voci di un cambio di schieramento, di un’entrata in guerra erano sempre più insistenti; le piazze si riempivano di manifestazioni interventiste a fianco dell’Intesa, alimentate da un certo Mussolini, ex direttore dell’Avanti, aveva da poco fondato Il Popolo d’Italia,gran cassa dell’interventismo.

Le ruote del carrello toccarono il verde del prato gelato. Con un gesto veloce Carlo premette il tasto: l’elica smise di girare e il motore si spense. L’inerzia dell’atterraggio lo portò in fondo alla pista. Oltre il fossato dove sorgevano gli hangar,Sul prato esterno c’erano le squadriglie , attorno a esse, i meccanici intenti a installare le mitragliatrici . Poco lontano, la baita del circolo ufficiali era già aperta. Il nuovo velivolo, un Nieuport 10, era un gioiello, quel volo ne era la prova. Scese sul prato; quella mattina dovevano consegnargli l’insegna da applicare sulla fiancata: il “Tre di Fiori”, giallo oro su sfondo nero.

L’addetto arrivò con la placca in metallo leggero, raffigurante la carta da gioco, grande circa 30×50 cm.
«Buongiorno, Tenente» esordì l’aviere facendo il saluto. Galli ricambiò.
«Il fabbro ha fatto un bel lavoro». L’aviere posò la placca
«Dove la vuole?». Galli si spostò verso il centro della carlinga:
«Qua va bene». prese le misure e fissò i rivetti sulla pancia del velivolo, verso la coda, poco distante dal tricolore verniciato e dai due dischi sulle ali. Una volta rimasto solo, Carlo restò alcuni istanti a osservare la carta da gioco. Lo aveva fatto vincere più di una volta durante le serate al tavolo del bridge forse era solo una serie di mani fortunate con il tre di fiori a condurre.

Una voce ruppe il silenzio.
«Tenente Galli, allora… ha un aereo tutto suo?». Si girò: era il capitano Giulio Marelli. «Sì, finalmente. Ma devo ringraziare lei per le sue lezioni».
«Lo eri già, ho lavorato sul tuo talento. Ma perché proprio il Tre di Fiori?».
«È una carta che mi ha sempre portato bene al bridge. Nei tarocchi — anche se non ci credo molto — è sinonimo di una figura capace di concretizzare idee e volontà con senso pratico e stabilità. Penso di averne almeno un briciolo». «Visto come ha superato il corso, lo penso anch’io».
«Il circolo ha appena aperto, ci vuole qualcosa di caldo» propose Galli.
I due si avviarono verso la baita.
«Capitano, vedo che stanno armando i velivoli con le mitragliatrici».
«Sì, è un nuovo addestramento. In futuro la guerra non sarà solo in mare e sui campi di battaglia; sta già avvolgendo l’intera Europa».
Il capitano accelerò il passo tra l’erba gelata.
All’interno del circolo ufficiali c’era poca gente. Sul tavolo accanto alla porta giaceva una copia de Il Popolo d’Italia con un editoriale di Benito Mussolini. I due passarono oltre e si avvicinarono al banco.
«Per il freddo che ho preso stamattina in volo, ci vuole un punch».
«Sì, pure per me» rispose Marelli. Il cameriere preparò due tazze fumanti.
«Ce le porti a quel tavolo».

I due si diressero verso un angolo sotto il ritratto di Re Vittorio Emanuele III, accanto alla bandiera con lo stemma sabaudo. Con un gesto, Marelli afferrò dalla rastrelliera una copia del Corriere della Sera. I titoli erano quasi tutti dedicati alla guerra che infuriava sul fronte franco-tedesco. Si sedettero vicino a una finestra, mentre fuori il gelo non mollava la presa sul prato.

«Ho avuto una notizia che mi aspettavo» disse Marelli, distogliendo lo sguardo dal quotidiano. «Il mio amico Roland Garros è stato nominato comandante delle squadriglie di ricognitori sulle linee del fronte».
«Ne ho sentito parlare, ho letto qualcosa sui giornali» rispose Carlo sorseggiando il punch. «Circolava la notizia che fosse stato abbattuto dalla mitragliata di un dirigibile tedesco… ma per fortuna era falsa». Il capitano accostò la bevanda alle labbra, bevendo a piccoli sorsi.
«Certo che sparare pilotando sarà impegnativo» proferì Galli.
«Già succede sul fronte franco-tedesco. L’aviazione, dai compiti di ricognizione sulle trincee, ora ingaggia veri e propri duelli in aria. Qualcuno sgancia bombe dalla carlinga, ma le munizioni trasportabili sono troppo poche…»

«Ho fatto diverse ore di volo e ho perfezionato i looping. Con le picchiate e le cabrate ho una certa dimestichezza; dalla prossima settimana farò armare il TRE DI CUORI» finì il punch, «vista l’aria che tira, bisogna essere preparati».
«Infatti il capitano Francesco Baracca del Battaglione Aviatori, che già comanda la Sesta Squadriglia, si trova a Parigi per un ciclo di addestramento sui velivoli Nieuport 10. Dall’inizio delle ostilità portano una mitragliatrice Hotchkiss, mentre quelle che stiamo montando noi sono Fiat-Revelli».
«Se il capitano Baracca è in Francia… la nostra eventuale entrata in guerra…»
«Hai già capito» replicò il capitano. Lanciò lo sguardo oltre la finestra: ormai il gelo lasciava il posto al verde illuminato dai raggi del sole.

Giugno 1916. Fronte Italiano. Nel maggio 1915 l’Italia era entrata in guerra a fianco di Francia e Russia contro gli Imperi Centrali. Sui cieli del fronte imperversava la X Squadriglia Caproni, con velivoli da bombardamento sulle trincee imperiali. Era già trascorso un anno di guerra; Galli non aveva mai usato la mitragliatrice del suo Nieuport: le sue missioni erano più che altro di ricognizione e aveva imparato a usare la macchina fotografica fissata su supporti laterali. Nelle pause al circolo ufficiali, le imprese di Francesco Baracca e di altri assi tenevano banco in quella logorante guerra di trincea. L’atterraggio fu morbido. Il sole di quell’estate di guerra colpiva le ali e un raggio illuminò il logo “Tre di Fiori”. Nel frattempo si avvicinarono un paio di addetti e il colonnello Franti. Galli salutò militarmente.
«Tutto bene, tenente, il sorvolo sulle linee nemiche?»
«Questa volta sì. Mi sono tenuto per lo più sopra il tiro della loro contraerea» continuò, «ho fatto qualche picchiata scattando foto da vicino, non hanno sparato un colpo».
Il colonnello ordinò agli avieri di smontare l’apparecchio fotografico. «Ho una notizia per lei» disse, allungando un foglio a Galli. Carlo lo aprì: era un dispaccio di poche righe.

“In data 29/05/1916. L’aereo con a bordo il Capitano Giulio Marelli e il sergente Elio Brindani, con mansione di mitragliere, è stato abbattuto sulle colline di Podgora. Entrambi i componenti dell’equipaggio sono morti tra i resti del velivolo caduto.
Il comando Di Divisione”

Carlo ottenne un giorno di permesso. Lo trascorse scrivendo lettere a casa per tranquillizzare i genitori — che dopo un anno di guerra non avevano ancora accettato la situazione — e a Francesca Venturi, la ragazza che aveva promesso di sposare. Lo scoppio del conflitto (che qualcuno aveva predetto sarebbe finito in pochi mesi) aveva fatto rinviare ogni programma di nozze. L’immagine del capitano Giulio Marelli gli passava davanti: le conversazioni al circolo sui nuovi velivoli, le sue conoscenze nella neonata arma aeronautica, i viaggi in Francia e l’amicizia con l’asso Roland Garros e con il maggiore Francesco Baracca, comandante della 91ª Squadriglia.

Verso sera arrivò al suo alloggio il pacco che aspettava da tempo: veniva dalla Francia. Tolse l’involucro; sotto la chiusura c’era la bandiera francese. Sfiorò la serratura e il contenitore si aprì, rivelando un bagliore dorato che usciva dal box. Erano le fléchettes: dardi che gli aerei francesi lanciavano sugli avversari nel duello aereo come alternativa al piombo della mitragliatrice. Non avevano carica esplosiva, ma da quello che aveva appreso potevano causare danni terribili: la morte dei piloti, o il ferimento letale, portandoli alla caduta.

Era una mattina di sole in quel fine novembre 1917, dopo la ritirata sul Piave e la stabilizzazione del fronte. Galli riprese il suo servizio di ricognizione. I cannoni, per il momento, tacevano. Sistemò la fotocamera sul fianco e la attivò. Sorvolò la zona dei reticolati divelti dalla gelatina esplosiva; tra un cratere e l’altro notò i resti dei tubi posizionati dai genieri. Virò verso la prima linea austriaca in una leggera picchiata, tenendosi sempre fuori dal raggio delle mitragliatrici. Tutto sembrava tranquillo e aveva già scattato alcune fotografie quando udì un rumore sordo alle sue spalle.

In coda apparve la sagoma di un Albatros completamente rosso. Aveva sentito dire che molti piloti da caccia facevano tingere i propri aerei di quel colore, seguendo l’esempio del Barone Manfred von Richthofen. Carlo pensò che non potesse essere lui, impegnato sul fronte franco-tedesco, anche se l’Impero asburgico aveva chiesto aiuto per le battaglie aeree. La Balkenkreuz campeggiava sulla fiancata dell’Albatros.

Nel suo servizio di ricognitore non era quasi mai stato coinvolto direttamente in un duello; il più delle volte osservava le squadriglie da caccia librarsi in cielo solo dopo aver ricevuto l’ordine di rientro. Tolse la copertura alla mitragliatrice, quasi mai usata. L’Albatros rosso sgargiante gli sfrecciò accanto in un loop acrobatico in segno di sfida. Vide che il pilota era solo: indossava casco, occhiali e un giubbotto di pelle nera con il collo in lana di pecora. Carlo premette il grilletto, ma la sicura era ancora inserita; la tolse rapidamente. L’Albatros era di fronte a lui e accelerava; il rombo si faceva sempre più prossimo.

Udì il crepitare della mitragliatrice nemica. Afferrò la cloche, prese quota disegnando una duna tra le nuvole e sentì il sibilo dei proiettili all’altezza del carrello. Un tonfo attirò la sua attenzione: un paio di colpi avevano centrato la centina alare destra sotto l’alettone, forando l’involucro senza però causare gravi conseguenze. Accanto al sedile, azionò la leva del box del “Tre di Fiori”.

Altri proiettili sfiorarono la carlinga senza danneggiarla. L’Albatros effettuò una rollata sul proprio asse e Galli se lo ritrovò davanti, sullo sfondo di un cirro oblungo che oscurava i raggi del sole. Vide il pilota nemico afferrare il grilletto, ma a differenza della scarica precedente, il nastro si era inceppato: nessun colpo uscì. L’Albatros iniziò a cabrare, conscio di essere diventato il bersaglio. Si gettò a sinistra con una poderosa virata. Poteva essere la sua prima “tacca” sulla fiancata, la vendetta per l’abbattimento di Marelli. Con una manovra acrobatica capovolse il velivolo e i due si trovarono di nuovo faccia a faccia.
Carlo azionò la leva del box laterale contrassegnato dal logo del Tre di Fiori. Dai fori situati sui petali del simbolo uscirono i dardi dorati che, dopo un breve tratto in aria, si conficcarono nell’Albatros. L’aereo nemico vacillò ma non cadde. Carlo vide l’avversario portarsi una mano alla gola: il collo di lana bianca era ora rosso di sangue. Galli si avvicinò ancora; l’uomo teneva la cloche con una mano e con l’altra premeva un panno sull’emorragia. La carlinga dell’Albatros era crivellata. Un’ultima scarica sarebbe stata la fine per l’austriaco. In un attimo, a Carlo tornò in mente l’abbattimento di Marelli. Strinse il grilletto… poi si bloccò.

Si portò avanti con una virata, finché i due velivoli non furono di nuovo affiancati. Lasciò il comando della mitragliatrice e sollevò un pannello rendendolo visibile all’avversario: l’immagine del Tre di Fiori con la bandiera italiana e il logo della squadriglia. Salutò il nemico e virò, dirigendosi verso le proprie linee.

Maggio 1919. La guerra era finita da mesi. Per Carlo Galli, aver portato a casa la pelle era già un traguardo immenso. Gli assi del volo, da Francesco Baracca a von Richthofen, avevano perso la vita: l’italiano nel giugno del 1918, il tedesco poco prima, in aprile, un destino tragico e beffardo per entrambi. Quel conflitto mondiale, durato quattro anni (tre per l’Italia), aveva lasciato milioni di morti nelle trincee.

Se ne stava solo al circolo ufficiali e, dalla finestra, osservava il suo “Tre di Fiori” fermo davanti all’hangar. Erano gli ultimi giorni di servizio; presto l’aereo sarebbe “tornato nel mazzo”. Altri modelli, più moderni, si affacciavano sul panorama aeronautico. Sul tavolo, accanto al caffè, giaceva la sua richiesta di congedo. Si passò una mano sulla spallina, accarezzando i gradi di capitano. Pensò che forse l’aviazione avrebbe avuto un futuro civile e commerciale; aveva letto di due piloti inglesi che stavano organizzando una trasvolata atlantica da Terranova all’Irlanda, mentre in Inghilterra una compagnia privata già pensava a voli passeggeri. Poteva essere quello il suo futuro.

Un altra antologia con digressione HORROR

 

Una breve digressione nell’ Horror. Un altro piccolo riconoscimento…forse è qualcosa
Caro autore,
ti scriviamo perché a breve uscirà l’antologia Racconti Horror 2025.
Ti comunichiamo che c’è la possibilità di organizzare durante il Festival Forlivese della Libertà che si terrà nel prestigioso Circolo Aurora in centro a Forlì (in allegato la locandina) un evento di premiazione degli autori del concorso Racconti Horror domenica 21 settembre al pomeriggio. Per motivi organizzativi ti chiediamo se fossi disponibile a partecipare alla cerimonia di premiazione con la consegna degli attestati entro questa domenica 31 agosto.
Grazie
Cordiali saluti,
La Redazione

AMUERTE-COCA-GIN L’angolo di Salvezza

L’ estate nella bassa è sinonimo di caldo zanzare vespe e umidità . In un terra dove il dialetto dal tempo dei Gonzaga è quasi sparito per lasciare posto all’arabo all’indiano e al pakistano. I piccoli centri sono tutti uguali nella noia. Ad Alessio caldo e umidità gli rendevano la vita difficile, nel suo lavoro di sottopagato si raccogli rottami, con un diploma inutile. Viveva solo dopo una storia di convivenza finita . La sua passione erano gli scacchi non rinunciava mai alla partita serale con Gino il gestore del CROW-PUB. Era stata un giornata pesante di lavoro nella cabina della gru schiaccia rottami.

Il COLLETTORE : Dialogo con i pareri dei lettori, sul gioco dei Codici…

Intanto Grazie a tutti per i pareri di chi mi ha letto. In questo post inizia un dialogo con i lettori spero tanti…

Ciao Enrico,
come annunciato, dopo aver chiuso lo studio e sospeso il lavoro per il periodo feriale, ho dato subito avvio alle letture estive. Tre le prime di esse vi è il Tuo libro “Il Collettore – Indagine al confine dell’Impero”, che si è rivelato davvero essere una gradita sorpresa. Ben scritto, molto scorrevole, avvincente, si legge tutto d’un fiato. Un giallo in stile telegrafico, dove la fanno da padrone l’ambientazione nei nostri territori di fiume, tra Gonzaga, Suzzara, Riva, Motteggiana e Borgoforte, ma in altri tempi, e più precisamente nell’aprile 1862. L’immaginazione del lettore corre consumando le pagine, sempre precise nel descrivere personaggi, ambienti e situazioni, con un occhio di riguardo per i dettagli.  Trovo molto piacevoli le immagini storiche dei luoghi rievocate nel romanzo, come Piazza Castello a Suzzara.  Mi hanno inorgoglito i ripetuti cenni alla qualità e bontà della nostra cucina, già a quel tempo molto apprezzata anche dal protagonista. Trovo molto intrigante che Tu abbia infine messo in opera una piccola sfida con i lettori per la decriptazione di un testo.  Complimenti per quest’opera secondo me davvero ben riuscita! Mi sono cimentato nel gioco proposto a pag. 130 trovando però alcune difficoltà. La prima è l’individuazione della frase da decriptare. In particolare scrivi  “Ho preparato per te un gioco: se svelerai QUESTA frase…”. Qual’è la frase da decriptare? Parrebbe “Ho preparato per te un gioco”. Poi la mente corre alla ricerca di altro, potrebbe essere “Domine probasti et cognovisti me”? Oppure la sua traduzione in italiano? Forse altro? Non saprei, comunque complimenti per l’idea così coinvolgente.
Segnalo infine che il contrassegno indicato a pag. 130 “BTCEO MJOHB ecc.”:
a) contiene la lettera “J” che non è presente nella tabella di pag. 131;
b) contiene sia la lettera “V” che la “U” mentre nella tabella di pag. 131 non c’è distinzione tra le due lettere ed è presente la sola “V”
(forse perchè la tabella risale probabilmente al periodo 1550-1560 circa e a quel tempo la lettera “U” non c’era).In ogni caso, grazie per la bella lettura!

Guido Andrea

Grazie Giudo Andrea , il lavoro sui codici e stato lungo e laborioso , al tempo la carboneria e patrioti del  usavano questo linguaggio, sia pescando nei codici medievali come Bellaso .  Si a volete in questi codici la U e V sono uguali .  “Caro lettore, se stai leggendo queste righe probabilmente già conosci la tecnica criptografica.  Ho preparato per te un gioco: se svelerai questa frase usando la tabella della criptografia Bellaso che fornisco qui di seguito, verrai citato nella pagina Scritti e Recensioni del mio sito. Con il contrassegno si può decriptare una frase presente nel romanzo. Contrassegno: BtcEo mjohB tdzpS lmBGq IScvu xtIBz Il contrassegno, antenato delle odierne pas sword, consiste di una o più parole. Bellaso  scrive che la lunghezza non importa, ma vale sempre la regola: «più lungo il verme, maggiore la sicurezza del cifrario”( Pagina 130) E grazie di aver partecipato al gioco.  Da quello che mi dici sono riuscito a ricreare un idea della situazione storica dell’epoca , ho cercato di fare una analisi fredda del tempo.  Poi e un giallo alla S.S. Van Dine che come sosteneva l’autore deve essere diretto e senza  toppe lungaggini con l’assassino  presente dalle prima pagine.    Grazie ancora

Altri Pareri

Roberto  allenatore del US Fenice Basket Suzzara:
” Ho letto nei giorni scorsi il con piacere “il Collettore ” Complimenti” .

Grazie Roberto, apprendo con piacere che ti sia piaciuto, questo giallo storico, ispirato da un fatto di cronaca del 1862, accaduto nella zona del PO di Suzzara, pecisamente a Riva, delitto rimasto insoluto(da un verbale dell’archivio di stato di Mantova). Luzzara , Gonzaga Le province di Mantova ancora a quel tempo, erano territorio dell’impero degli Asburgo, mentre Luzzara Gusatalla e l’ Emilia facevano parte del neo nato Regno d’ Italia Sabaudo dopo la battaglia di Solferino.

Molto bello  lo sto Consigliando

Elisa

Ho letto il COLLETTORE  complimenti! Peccato che sia durato poco, si faceva interessante  e è arrivata la soluzione subito

Maria Carmela

Non scrivo tomi di molte pagine come sosteneva S.S. Van Dine ( che consiglio) il racconto deve essere essenziale non ingannare  il lettore  l’assassino deve essere visibile dalle prima pagine…penso di aver fatto come ho detto…spero che il COLLETTORE non si perda nella marea  di libri che escono ( cosa probabile) . Invito a fare una recensione su Amazon  e GOOGLE ….fatelo girare i  e consigliatelo , il passaparola conta  I libri vanno letti  non sono soprammobili.

Letture Estive :Il Pianeta delle Scimmie…il romanzo

Il ricordo del Pianeta delle Scimmie è di un giorno di Natale a metà anni settanta, periodo  del secolo scorso in un cinema di paese parrocchiale , dalle poltrone in legno di nome DANTE sito in via Dante di una città di provincia in pieno periodo di TV in bianco e nero del Monopolio RAI e le sale  erano ovunque in città fino al piccolo centro . A dire il vero non fu il primo, che ho visto, ma il secondo “ L’altra faccia del Pianeta delle Scimmie” ho poi rivisto in TV il Primo con C. Heston in anni seguenti e stato il primo film fi fantascienza che ho visto sul grande schermo ( 2001 Odissea nelle spazio l’ho visto anni dopo) . Ne è seguita tutta la serie di film negli anni, se ci aggiungiamo quella di oggi fino a Tim Burton, il romanzo di Pier Bulle è stato declinato in mille situazioni. La curiosità di questo giugno 2025 è stata l’uscita di Urania in edicola, con il romanzo dell’autore Francese. Ho deciso di leggerlo, devo dire che è stata una lettura piacevole e veloce , in cui traspare anche un certa Ironia. Tutto parte da un messaggio in un bottiglia lasciato nello spazio e raccolto da un equipaggio di una navetta spaziale. All’interno c’è un manoscritto. Gli astronauti incuriositi inizia a leggere , si parla di una missione di un altro equipaggio sul pianeta SOROR( e non la terra di un futuro distopico), un mondo gemello  a GEA, dove le scimmie dominano e gli umani sono in schiavitù . I primati non vivono in una società medievale o tardo romano, come si vede nei film, ma evoluta tecnologicamente, fino a mandare satelliti nello spazio, e gli umani, oltre che sotto il giogo della sottomissione, sono  trattati anche da animali da laboratorio, in una sorta di contro passo. Confrontando il romanzo con i film, il più fedele allo scritto è il film di Tim Burton( 2001 remake del 1968), anche se non è quello che preferisco, che resta quello diretto da F. J Schaffer 1968, con il suo finale, dove si cita una guerra atomica( stranamente attuale) che ha sconvolto la terra invertendo il ruolo tra scimmie e umani, che non è quello del romanzo. Il romanzo è da leggere sicuramente, poi la saga come Star Wars ha allungato un po’ troppo il brodo. Tra l’altro negli anni 70 è nata una serie TV che la Rai mandò in onda negli anni 80 passata nell’indifferenza. Per me la narrazione e il finale resta migliore quella del romanzo di Bulle, rispetto a quelle cinematografiche, che vale la lettura e va oltre tutti i finali visti nei film , ma il grande schermo ha le sue esigenze.

Ricordando il Torneo di Scacchi di Capodanno.( Reggio Emilia)

Reggio Emilia è stata per anni la capitale mondiale degli scacchi. Grazie al Maestro di Scacchi ( nelle vita faceva l’insegnate ) Enrico Paoli , e le sue conoscenze Mondiali nel mondo delle 64 caselle e dei pedoni e pezzi. Già dal 1947 poi dal 1959-60 da natale a capodanno ed epifania a Reggio E. si teneva il Torneo di Capodanno. Tutto il mondo scacchistico ( Edizione 26)vi partecipò da Boris Spassky , che gioco il famoso Mach del secolo a Reikyavik nel 1972 in contemporanea con le olimpiadi di Monaco, con la famosa tragedia dove iniziò il terrorismo di matrice araba-palestinese . Un mondo diviso in due dove per l’ URSS, gli scacchi per dittatura comunista come lo sport in generale, era uno strumento di propaganda per affermare una superiorità sul decadente occidente. Bobby Fisher ragazzo di Brooklyn ruppe tutto questo con i luoghi comuni che ne derivavano, battendo in finale il campione del Mondo in carica, dopo decenni di dominio URSS. Boris Spassky  nelle pause del torneo, si intratteneva nella Hall con il pubblico di appassionati,  parlò di Bobby Fisher e della sua situazione di vita non felice, che poi ha visto la fine del campione a Reikyavik nel 2008 con la morte, in pessime condizioni, con un mandato di cattura dell’FBI sulla sua testa*, oggi è sepolto in Islanda. Memorabile la sua simultanea a Guastalla all’Hotel Hold River. Poi ci fu l’edizione del 1991-92 con  Gary Kasparov e Anatoly Karpov reduci dalla finale del campionato del Mondo, con la Gazzetta dello Sport fece una pagina sugli scacchi. La sala analisi del Hotel Astoria ( nelle scorse edizioni la sede di gioco fu tra le altre , Hotel Posta e Teatro della Cavallerizza)in centro era gremita di pubblico, che seguiva lo scontro tra i due campioni, con una TV a circuito chiuso, allora il Web era ancora da venire, le mosse venivano riportate da pezzi in legno su scacchiere giganti. Ad un mossa brillante di Kasparov la sala fu attraversata da un boato da stadio. In quelle edizione nel giorno di riposo Karpov si esibì in una simultanea a Hotel FINI di Modena, assieme a Juervick con un numero record di partecipanti. Quell’edizione la vinse un giovane di nazionalità indiana Viswanathan Anand qualche anno dopo diventerà il primo campione del mondo Indiano  della storia degli scacchi. Seguirono  le altre edizioni fino all’ultima del 2012-13 annunciata poi mai disputata. In quegli anni c’è stata la partecipazione di un giovane italo-americano Fabio Caruana , giocherà per la Nazionale Italiana e poi per gli USA la finale del Mondiale nel 2018 a Londra  contro M. Carlsen perdendo agli spareggi. Fu un grande periodo per gli scacchi in Italia, e per il torneo, senza dimenticare le analisi del compianto maestro Miso Cebalo in sala analisi. I tempi per gli scacchi e per il Mondo sono cambiati, oggi si gioca on-line, e tempi e le cadenze di gioco si sono ridotte, il Campione del mondo M. Carlsen ha rinunciato al titolo e gioca tornei a tempo breve come Chess-Champhons-Tour a 10′ e 2” in diretta sulle piattaforme Web dove ci sono sponsor e soldi. Il Mondiale a tempo lungo si è concluso con la finale di Singapore, tra novembre e dicembre 2024 , vinta da giovane indiano M. Gukesh contro il campione uscente cinese D. Liren all’ultima partita il titolo torna in india dopo V. Anad. Sono tempi diversi anche per gli scacchi, in tutti i sensi, in Italia c’è una bella serie di giocatori giovani, manca uno o una  che arrivi al torneo dei candidati, oltre a Fabio Caruana, oggi gioca a per gli USA e ce lo siamo lasciato scappare. Un torneo come quello di Capodanno di RE è solo un ricordo. Da allora non ricordo una Torneo in Italia di tale livello, ma forse mi sbaglio, riproporlo oggi è difficile , ha visto mai.( Nella foto sopra un momento dell edizione del 1992 della partita Karpov-Kasaprov  all’hotel Astoria. Sullo Sfondo Enrico Paoli , organizzatore e iniziatore del Torneo  di Capodanno)

Grossi Enrico
Dicembre 2024

* Nel 1992 Spassky e lo stesso Fisher replicarono la sfida( al limite della farsa) in Serbia da Milosevich. Alla conferenza stampa della vigilia alla presenza di centinaia di giornalisti e in diretta TV, Bobby Fischer estrasse lentamente dalla tasca la lettera con cui il governo americano lo intimava a desistere, pena una sanzione di 250 mila dollari e dieci anni di reclusione: la sventolò di fronte a sé con gesto di sfida e ci sputò sopra platealmente. Nel dicembre dello stesso anno una corte federale di Washington D.C. emise un mandato di cattura con un ordine giudiziario firmato dal presidente americano George W. Bush in persona. Da quel momento comincia per Fischer un’altra storia, fatta di lunghissime sparizioni, di comparsate estemporanee in cui non mancò di esprimere tutto il proprio viscerale antiamericanismo e di spostamenti che lo portarono in Ungheria, nelle Filippine e in Giappone – dove fu anche arrestato – senza far mai più ritorno in patria. Finì i suoi giorni in Islanda, paese che in una sorta di rinnovata riconoscenza per averlo portato al centro del mondo per una manciata di settimane, fu l’unico disposto a concedergli un passaporto, dopo che gli Stati Uniti gli avevano ritirato la cittadinanza: era il gennaio del 2008.

Il Torneo scacchistico internazionale di Capodanno è stata una lunga serie di tornei di scacchi che si è svolta dal 1947 al 2011 a Reggio Emilia, a cavallo della fine e l’inizio di un nuovo anno, normalmente dopo Natale e fino al 6 gennaio. La 55ª edizione del 2012-13, inizialmente annunciata, è stata poi annullata per problemi economici.  Il torneo ha avuto diverse sedi, tra le quali il teatro Ariosto, ma la maggior parte delle edizioni si è svolta nei locali dell‘Hotel Mercure Astoria, a fianco delle Piazze dei Teatri e dei giardini pubblici di Reggio Emilia.

Storia
Promotore del torneo fu il Grande maestro Honoris causa Enrico Paoli, che scrisse in un articolo: «L’idea del torneo mi balenò nella mente una notte d’estate; lo spunto mi venne da un torneo che si svolgeva a cavallo del nuovo anno a Lucerna. Trovai aiuto nell’allora direttore dell’Ente Provinciale per il Turismo, Alcide Spaggiari, e così il 27 dicembre 1958 iniziò la serie dei ‘Tornei di Capodanno’ a Reggio Emilia». A partire dalla terza edizione (1958/59) il torneo si è svolto regolarmente con cadenza annuale. Dal 1982/83, con l’aiuto di nuovi sponsor, il torneo ha assunto un’importanza via via crescente a livello internazionale, attirando Grandi Maestri da tutto il mondo. La 26ª edizione vede entrare in campo per la prima volta un ex-campione del mondo, Boris Spasskij, che però delude le aspettative giungendo solo quinto su dodici partecipanti. Prende l’avvio con questa edizione anche il torneo “B” (vinto dal maestro Antonio Martorelli). Il torneo del 1991/92 venne classificato di Cat. XVIII, facendone il più forte torneo disputato fino ad allora al mondo (media Elo dei partecipanti 2676 punti). Erano presenti anche il campione del mondo in carica Garri Kasparov e l’ex campione Anatolij Karpov. Vinse a sorpresa il ventiduenne Viswanathan Anand, che batté Kasparov nell’incontro diretto. Dalla 43ª edizione (2000/01) l’organizzazione del torneo è stata curata interamente dal “Circolo Scacchistico Ippogrifo” di Reggio Emilia.

L’ Enigma dell’Alfiere …un Natale con S.S. Van Dine

Dicembre 2024... riscoprendo nei mercatini ho trovato S.S. Van Dine, una lettura giovanile , ispirata dalla TV bianco e nero  del monopolio , dagli sceneggiati, allora si chiamavano cosi le serie , in onda in prima serata e il detective  Philo Vance interpretato da una Albertazzi in piena forma in una America-USA anni 20-30 del 1900, ricostruita in studio in Italia.  I tre romanzi erano  La strana Morte del Mr Benson, La Canarina Assassinata e La Fine dei Green.  Il romanzo che ho acquistato ad un euro uscito dalla Mondadori al tempo usci in economico a lire 1000.  L' Enigma dell' Alfiere(1929) , parte da un omicidio ,  Il campione di tiro J.C. Robin è stato ucciso con una freccia al cuore. Philo Vance è chiamato a risolvere l'enigma per rispondere alla sfida del misterioso e geniale Alfiere, che si firma come tale in biglietti dattiloscritti inviati alla polizia e ai giornali. Una lunga serie di omicidi insanguina l'ambiente degli amici e dei conoscenti di casa Dillard, e ogni assassinio segue le modalità di una diversa filastrocca infantile le famose filastrocche di Mamma Oca. Vance comprende infine la motivazione che si cela dietro la scelta dello pseudonimo dell'assassino e ne rivela il movente grazie alla sua conoscenza della psicologia e dei più moderni sviluppi nel campo della matematica e della fisica.  S. S.  Van Dine  prende per mano il lettore , tra formule matematiche,  citazioni di partite di Scacchi , con campioni del del tempo come Akiba Kivelovič Rubinstein campione polacco del tempo. Come in tutti i romanzi di S.S. Van Dine il colpevole è sempre in primo piano, così tra lunghe disquisizioni tra la matematica gli scacchi  e altro . Vance arriva a scoprire l autore della serie di delitti , con un finale scacchistico , a sorpresa con una mossa  spettacolare da scacco matto Vance.…chiude la scena,  altro non dico da leggere  tutto di un fiato .

Buon Natale 

 

Le venti regole del Giallo Perfetto
Il lettore deve avere le stesse possibilità del detective di risolvere il mistero. Tutti gli indizi e le tracce debbono essere chiaramente elencati e descritti.
Non devono essere esercitati sul lettore altri sotterfugi e inganni oltre quelli che legittimamente il criminale mette in opera contro lo stesso investigatore.
Non ci dev'essere una storia d'amore troppo interessante. Lo scopo è di condurre un criminale davanti alla Giustizia, non due innamorati all'altare.
Né l'investigatore né alcun altro dei poliziotti ufficiali deve mai risultare colpevole. Questo non è un buon gioco: è come offrire a qualcuno un soldone lucido per un marengo; è una falsa testimonianza.
Il colpevole dev'essere scoperto attraverso logiche deduzioni: non per caso, o coincidenza, o non motivata confessione. Risolvere un problema criminale a codesto modo è come spedire determinatamente il lettore sopra una falsa traccia per dirgli poi che tenevate nascosto voi in una manica l'oggetto delle ricerche. Un autore che si comporti così è un semplice burlone di cattivo gusto.
In un romanzo poliziesco ci dev'essere un detective, e un detective non è tale se non indaga e deduce. Il suo compito è quello di riunire gli indizi che possono condurre alla cattura di chi è colpevole del misfatto commesso nel capitolo I. Se il detective non raggiunge il suo scopo attraverso un simile lavoro non ha risolto veramente il problema, come non lo ha risolto lo scolaro che va a copiare nel testo di matematica il risultato finale del problema.
Ci dev'essere almeno un morto in un romanzo poliziesco e più il morto è morto, meglio è. Nessun delitto minore dell'assassinio è sufficiente. Trecento pagine sono troppe per una colpa minore. Il dispendio di energie del lettore dev'essere remunerato!
Il problema del delitto deve essere risolto con metodi strettamente naturalistici. Apprendere la verità per mezzo di scritture medianiche, sedute spiritiche, la lettura del pensiero, suggestione e magie, è assolutamente proibito. Un lettore può gareggiare con un detective che ricorre a metodi razionali: se deve competere anche con il mondo degli spiriti e con la metafisica, è battuto ab initio.
Ci deve essere nel romanzo un detective, un solo "deduttore", un solo deus ex machina. Mettere in scena tre, quattro, o addirittura una banda di segugi per risolvere il problema significa non soltanto disperdere l'interesse, spezzare il filo della logica, ma anche attribuirsi un antipatico vantaggio sul lettore. Se c'è più di un detective, il lettore non sa più con chi sta gareggiando: sarebbe come farlo partecipare da solo a una corsa contro una staffetta.
Il colpevole deve essere una persona che ha avuto una parte più o meno importante nella storia, una persona cioè, che sia divenuta familiare al lettore, e lo abbia interessato.
I servitori non devono essere, in genere, scelti come colpevoli: si prestano a soluzioni troppo facili. Il colpevole deve essere decisamente una persona di fiducia, uno di cui non si dovrebbe mai sospettare.
Nel romanzo deve esserci un solo colpevole, al di là del numero degli assassinii. Ovviamente che il colpevole può essersi servito di complici, ma la colpa e l'indignazione del lettore devono ricadere su un solo cattivo.
Società segrete, associazioni a delinquere et similia non trovano posto in un vero romanzo poliziesco. Un delitto interessante è irrimediabilmente sciupato da una colpa collegiale. Certo anche al colpevole deve essere concessa una "chance": ma accordargli addirittura una società segreta è troppo. Nessun delinquente di classe accetterebbe.
I metodi del delinquente e i sistemi di indagine devono essere razionali e scientifici. Vanno cioè senz'altro escluse la pseudo-scienza e le astuzie puramente fantastiche, alla maniera di Jules Verne. Quando un autore ricorre a simili metodi può considerarsi evaso, dai limiti del romanzo poliziesco, negli incontrollati domini del romanzo d'avventura.
La soluzione del problema deve essere sempre evidente, ammesso che vi sia un lettore sufficientemente astuto per vederla subito. Se il lettore, dopo aver raggiunto il capitolo finale e la spiegazione, ripercorre il libro a ritroso, deve constatare che in un certo senso la soluzione stava davanti ai suoi occhi fin dall'inizio, che tutti gli indizi designavano il colpevole e che, se fosse stato acuto come il detective, avrebbe potuto risolvere il mistero da sé, senza leggere il libro sino alla fine. Il che – inutile dirlo – capita spesso al lettore ricco d'istruzione.
Un romanzo poliziesco non deve contenere descrizioni troppo diffuse, pezzi di bravura letteraria, analisi psicologiche troppo insistenti, presentazioni di "atmosfera": tutte cose che non hanno vitale importanza in un romanzo di indagine poliziesca. Esse rallentano l'azione, distraggono dallo scopo principale che è: porre un problema, analizzarlo, condurlo a una conclusione positiva. Si capisce che ci deve essere quel tanto di descrizione e di studio di carattere che è necessario per dare verosimiglianza alla narrazione.
Un delinquente di professione non deve mai essere preso come colpevole in un romanzo poliziesco. I delitti dei banditi riguardano la polizia, non gli scrittori e i brillanti investigatori dilettanti. Un delitto veramente affascinante non può essere commesso che da un personaggio molto pio, o da una zitellona nota per le sue opere di beneficenza.
Il delitto, in un romanzo poliziesco, non deve mai essere avvenuto per accidente: né deve scoprirsi che si tratta di suicidio. Terminare una odissea di indagini con una soluzione così irrisoria significa truffare bellamente il fiducioso e gentile lettore.
I delitti nei romanzi polizieschi devono essere provocati da motivi puramente personali. Congiure internazionali ecc. appartengono a un altro genere narrativo. Una storia poliziesca deve riflettere le esperienze quotidiane del lettore, costituisce una valvola di sicurezza delle sue stesse emozioni.
Ed ecco infine, per concludere degnamente questo "credo", una serie di espedienti che nessuno scrittore poliziesco che si rispetti vorrà più impiegare; perché già troppo usati e ormai familiari ad ogni amatore di libri polizieschi. Valersene ancora è come confessare inettitudine e mancanza di originalità:
scoprire il colpevole grazie al confronto di un mozzicone di sigaretta lasciata sul luogo del delitto con le sigarette fumate da uno dei sospettati;
il trucco della seduta spiritica contraffatta che atterrisca il colpevole e lo induca a tradirsi;
impronte digitali falsificate;
alibi creato grazie a un fantoccio;
cane che non abbaia e quindi rivela il fatto che il colpevole è uno della famiglia;
il colpevole è un gemello, oppure un parente sosia di una persona sospetta, ma innocente;
siringhe ipodermiche e bevande soporifere;
delitto commesso in una stanza chiusa, dopo che la polizia vi ha già fatto il suo ingresso;
associazioni di parole che rivelano la colpa;
alfabeti convenzionali che il detective decifra.

S. S. Van Dine, pseudonimo di Willard Huntington Wright (Charlottesville, 15 ottobre 1887 – New York, 11 aprile 1939), è stato uno scrittore e critico d'arte statunitense, noto autore di gialli.Nacque da Archibald Davenport Wright ed Annie Van Vranken.

L'unico volume biografico dedicato a Wright (Alias S.S. Van Dine, 1992, di John Loughery) ha rivelato che lo scrittore era nato nel 1887 e non, come da lui stesso fatto credere, nel 1888. Wright iniziò giovanissimo ad occuparsi di critica letteraria, specializzandosi poi come esperto di arte e avviando collaborazioni con giornali e riviste. Nel 1912 fu nominato editor del periodico letterario The Smart Set, grazie a cui divenne dapprima conoscente e poi intimo amico di importanti figure come Theodore Dreiser, Henry Louis Mencken e Maxwell Perkins.È del 1916 The Man of Promise, il suo primo e unico romanzo non a carattere poliziesco: il libro ottenne buone critiche, ma non ricevette quel successo nel quale Van Dine confidava.Costretto a robuste terapie mediche per gravi problemi di salute e vessato da fortissimi problemi economici, Wright decise di approfondire il genere letterario poliziesco fin quando non si sentì in grado di potervisi cimentare a sua volta, progettando di scrivere una trilogia da cui trarre i guadagni necessari a riprendere l'attività di studioso. In realtà i problemi economici, come indica la biografia di Loughery, derivavano da una pesante dipendenza da droghe di ogni genere, delle quali era sempre stato indefesso sperimentatore.
Scelse lo pseudonimo "S.S. Van Dine", S.S. era l'abbreviazione di Smart Set, il nome della sua vecchia rivista, mentre "Van Dine" rappresentava un omaggio al pittore Antoon van Dyck col quale Wright aveva una certa somiglianza di tratti, e creò così il personaggio di Philo Vance: esteta, intellettuale, studioso di psicologia, cultore d'arte e molto altro, Vance è un personaggio strettamente legato al concetto nietzschiano del "Superuomo". Questo è anche dovuto al fatto che Wright fu a tal punto appassionato e studioso del celebre filosofo da contestare violentemente all'epoca la stesura della relativa voce sull'Enciclopedia Britannica.Il successo di vendita dei primi cinque romanzi a nome Van Dine fu tale da consentire alla casa editrice Scribner's, come spiega la biografia di Loughery, di superare indenne la grave crisi economica del 1929. Wright divenne ricchissimo per la prima volta in vita sua e finì per adottare uno stile di vita non molto dissimile da quello del suo ormai celeberrimo personaggio. I suoi tormenti interiori, associati a un pessimo carattere e alla consapevolezza di non poter più tornare a occuparsi dei suoi prediletti studi di arte e letteratura perché il mercato continuava a richiedere romanzi e sceneggiature a nome Van Dine, lo spinsero ben presto a tuffarsi di nuovo nella droga e nell'alcol. Minato nello spirito e nel fisico, alcune fotografie scattate nel 1938 lo fanno sembrare assai più vecchio dei suoi cinquantun anni, Wright scomparve nel 1939 per problemi di cuore e circolazione, lasciando gli avanzi di un enorme patrimonio che aveva via via largamente intaccato, una preziosissima raccolta di opere d'arte e un ben avviato allevamento di terrier scozzesi.Nei su0i momenti migliori Van Dine è un autore di gialli basati largamente sulla razionalità e su quello che è stato definito un "gioco intellettuale", quello appunto di risolvere enigmi servendosi della semplice logica, in questo caso prettamente deduttiva. Invece nei suoi ultimi romanzi lo scrittore inizia a staccarsi da questa impostazione per offrire sempre più spazio alle scene di pura e semplice azione alla maniera di Dashiell Hammett, autore che peraltro Wright disprezzava profondamente anche perché questi nel 1925 aveva scritto una recensione sfavorevole di La strana morte del signor Benson su un periodico letterario.Gli ultimi due romanzi a nome Van Dine sono nati come soggetti cinematografici: The Gracie Allen Murder Case fu pubblicato addirittura dopo l'uscita del film, mentre The Winter Murder Case è rimasto allo stato di seconda stesura, delle tre cui Wright sottoponeva i suoi libri polizieschi, e questo spiega la sua sostanziale brevità.A Wright si devono inoltre le famose "Venti regole per scrivere romanzi polizieschi" (Twenty Rules for Writing Detective Stories) che intendevano stilare una casistica del genere a beneficio di autori e lettori, The World's Great Detective Stories, una corposa antologia la cui lunga prefazione costituisce ancora oggi un testo fondamentale, seppure datato, nella storia della critica del giallo. Da Philo Vance, suo personaggio più famoso, la RAI ha tratto nel 1974 una miniserie televisiva intitolata appunto Philo Vance e interpretata da Giorgio Albertazzi.

Mondiale Di Scacchi : Sfida India – Cina con Gukesh il Titolo torna in india dopo Anand

Singapore 13/12/2024: Il Nuovo campione del Mondo di scacchi è D. Gukesh  il più giovane campione del mondo della storia, 18 anni, l’indiano ha battuto il cinese D.Liren  7,5-6,5 sulla distanza delle 14 partita.  Il titolo torna in India dopo anni da  V.Anand . In questi giorni in diretta è andata in onda su su Youtube  della finale di Singapore, tra il campione uscente D. Liern ( Cinese) e D. Gukesh sfidante e vincitore a primavea del tornei di candidati, la seconda finale mondiale dopo il ritiro-rinuncia di M. Carlsen . Il tutto sponsorizzato da GOOGLE( Ottima la diretta in Italiano, grazie a Chess.com condotta da Maria De Rosa e coadiuvata da A. Miagha , A Vlasecchi e altri con ascolti e like da record per l Italia). Per chi ha qualche anno e gioca a scacchi il Mach del secolo ( 1900) è sempre quello del 1972  di Reykjavik  tra nelle Spassky  e Fisher , il ragazzo USA che batte il colosso Russo Sovietico ( tanto ammirato anche in Italia)  che primeggiava negli scacchi,  e nello sport in generale, e nei luoghi comuni ideologici del tempo, poi per giocare a scacchi bene si è visto non bisogna essere, ne sovietici ne russi, ne comunisti, ma solo capaci , gli scacchi sono uno sport . Ad oggi questa sfida e stata  tra India e Cina nelle 64 caselle con pedoni e pezzi ( le pedine sono quelle della dama) è stata un sfida tra due realtà emergenti negli scacchi.  La vittoria di Gukesh è stata festeggiata in India dai suoi fans come una vittoria calcistica da noi.  Gli scacchi sono uno sport spettacolare e imprevedibile e nell’ ultima partita prima degli spareggi  veloci , Liern ha il bianco pare una patta annunciata. Il cinese commette l’errore fatale , vede dissolversi il suo titolo conquistato due anni prima, all’ultimo secondo( usando un termine calcistico nel tempo di recupero) Ora l’appuntamento e per il 2026. Dell’Italia degli scacchi…be non siamo messi male, anche se un poco lontani da questi livelli avevamo Fabio Caruana, finalista  a Londra nel 2018 ha perso negli spareggi veloci  al tie-break Bliz, contro Carlsen( al tempo già giocatore USA) Giocava con la nazionale italiana in azzurro, ce lo siamo lasciato sfuggire negli USA, in un Italia nello sport si naturalizzano  tutti anche mediocri.  Un grosso rimpianto e nulla più.

Ripescando un lettura DELITTI DI PRIMA CLASSE Gianna Baltaro

Novembre 2024: Periodo autunnale e invernale dove ripesco nella mia biblioteca del giallo.  Delitti di Prima Classe di Gianna Baltaro, esce nel gennaio 1994, un altra epoca analogica , mentre li digitale iniziava a fare i primi passi.  Un giallo alla Aghata Christie ( la stessa Baltaro fu definita la AGHATA CHRISTIE italiana)ambientato negli anni 30 del 1900 su un piroscafo l AUGUSTUS ,  in crociera verso gli USA. Un viaggio parallelo alle navi che portavano gli immigrati in cerca di fortuna.  Andrea Martini ex poliziotto e appassionato di viticultura, che  accetta di condurre un indagine sotto copertura sul furto di un clichè per stampare dollari falsi, diretto negli USA, come spalla ha il sergente Pollone.  Una volta partiti , sulla nave succede una serie di delitti , che fanno passare in secondo piano l’indagine.  La nave e una sorta di TITANIC che non affonda , ospita una serie di personaggi decadenti :  cantanti d’opera , affaristi, antiquari, tirapiedi avventurieri ,  tra cene di a lume di candela serate, al base di, musica da ballo, e bollicine, vi si intreccia con una serie di delitti, che trascinano il lettore verso il finale. Andrea Martini ne verrà a capo, anche il del cliche scomparso che è un ciliegina finale sulla torta. Come l’Orient Express , l’AUGUSTUS  è l ultimo rifugio di un mondo al tramonto, mentre l’Italia e sempre più in camicia nera.  I romanzi di  Gianna Baltaro sono acquistabili  in rete  cercherò altri titoli oltre alla mia ricerca sui mercatini dei Gialli Mondadori vintage

Gianna Baltaro (Torino, 13 febbraio 1926 – Torino, 29 gennaio 2008) è stata una giornalista e scrittrice italiana.
Dopo aver esercitato per molti anni la professione di giornalista, in cui si occupò principalmente di cronaca nera, intraprese l’attività di scrittrice di romanzi polizieschi, dando vita a una serie di storie incentrata attorno al personaggio del commissario Martini.
Cronista di nera, giornalista, scrittrice di polizieschi, Gianna Baltaro è nata a Torino, il 13 febbraio 1926. Compie studi irregolari, parte in Italia e parte in Francia: suo padre vi si trasferisce con la famiglia prima della II Guerra Mondiale. Tornata a Torino, Gianna si sposa, perde prematuramente il marito (che lavora nella distribuzione cinematografica e con cui frequenta la vivace Torino delle piole e della cultura non paludata). Dopo la scomparsa del marito (la perdita del marito è un fatto doloroso di cui la scrittrice non vorrà mai parlare), svolge attività giornalistica per parecchi anni, cominciando dalla Cronaca Nera (è stata la prima cronista di Nera torinese e una delle prime in Italia). Erano gli anni del commissario Montesano poi gli anni di piombo. La Baltaro ha collaborato con tutte le principali testate torinesi:“La Gazzetta del Popolo”, “L’Unità”, “La Stampa”, “La Stampa Sera”, e con la RAI. Ha inoltre tenuto corrispondenze per “Il Giorno” e “L’Occhio” di Milano, e con “L’Ora” di Palermo.Viaggia in tutta Italia per partecipare a concorsi gastronomici: «Alla Gazzetta ero diventata un’esperta di ristoranti… perciò il mio commissario Martini è un assiduo frequentatore di piole e bocciofile…» FONTE LA REPUBBLICA, 08/07/2004 Tiziana Catenazzo. Partecipa a conferenze, crea eventi, ed è ideatrice di diverse iniziative, tra cui la rassegna “In punta di Penna e di Forchetta, incontro di idee e di sapori tra scrittori e chef di cucina” (Poirino 1996-7).Nel 1989 collabora al volume “Invito a Torino” (con Mario De Biasi e Valerio Castronovo per Magnus Editore).Negli anni Novanta inizia a scrivere libri polizieschi, creando il genere di un giallo storico torinese e dando vita alla figura dell’ex commissario Andrea Martini, personaggio fisso dei suoi 18 romanzi, insolito investigatore che agisce nella Torino degli Anni Trenta. Questa Torino, conosciuta dalla scrittrice attraverso i primi ricordi o i ricordi della madre, viene ricreata grazie ad attente ricerche. La Baltaro riceve l’interesse dei critici, l’amore incondizionato dei lettori e riconoscimenti letterari: “Pensione Tersicore” è segnalato dalla giuria del Premio Alberto Tedeschi, Giallo Mondadori: “per il brillante revival del mystery classico anni 30, per la vivida caratterizzazione dei personaggi e per la scrittura spiritosa e amena”. “L’altra riva del lago”riceve la “Targa speciale” della Giuria dei Critici del Premio Stresa di Narrativa 2007… E nell’ottobre 2016 (novantesimo anniversario della scrittrice) “Nelle nebbie del Gambero d’Oro” (Golem Ed.) ottiene la menzione della giuria del Festival Giallo Garda: “Un romanzo giallo dalla trama efficace, ben improntata sulla ricerca della verità. I personaggi sono vivi, reali, pieni di contraddizioni come è la vita. L’ambientazione è però la vera protagonista: quella nebbia che impregna ogni cosa, gli odori di una Torino antica, con quei portoni che si aprono sui vissuti della gente. L’umanità che si respira tra le righe fanno di questo libro un manifesto dell’uomo e di tutto ciò che lo muove”. Lunga la Rassegna della stampa, che spesso la definisce l’“Agatha Christie italiana”, per i suoi intrighi eleganti, incruenti («Ho visto troppo sangue», diceva lei) o la “Signora in Giallo sotto la Mole”. Tuttavia la scrittrice sentiva il suo commissario Andrea Martini più vicino al Maigret di Georges Simenon che al Poirot di Agatha Christie.Ma infine… Gianna Baltaro è essenzialmente se stessa: “la Baltaro”, indiscussa maestra e iniziatrice, come s’è detto, di un genere

Operazione BLACK RAM. Storia di S.F. e guerra

 

Imboscata

Galleggiavo nel nulla, il vuoto mi circondava, mi sentivo come sospeso in un luogo senza tempo. Second, minuti, ore, tutto si confondeva. Ero ancora vivo o questa strana sensazione era l’anima che si liberava del corpo. Il cervello mi diceva che avevo gli occhi aperti ma il buio era totale, e non sentivo nessun rumore. Poi all’improvviso una voce, un lamento prima lontano, poi sempre più forte e comincio a capire, a ricordare: la nostra squadra era rimasta vittima di un’imboscata. Il lamento, la voce che avevo riconosciuto era straziante, chiedeva aiuto diceva che non voleva morire, diceva che voleva tornare a casa, imprecava contro il destino. La ragione mi spingeva a rimanere immobile, fermo, il nemico poteva essere ancora lì in agguato. Non sono riuscito a ignorare quel lamento, quella richiesta di aiuto e lentamente ho cominciato a strisciare in mezzo al fango, il buio pesto e la pioggia incessante rendeva tutto più difficile, non riuscivo a capire bene in quale direzione muoversi. Accendere una torcia era da escludere, se lo avessi fatto il sorvegliante mi avrebbe individuato e nel giro di pochi minuti un cacciatore o peggio un killer mi avrebbe ucciso. Con fatica sono riuscito a raggiungere il compagno di squadra, i suoi lamenti si erano fatti più forti si capiva che stava soffrendo, tastandolo con le mani mi resi conto che entrambe le gambe all’altezza del ginocchio erano amputate, il sangue caldo e viscoso usciva dai monconi, Istintivamente cercai di tamponare.Con voce decisa gli dissi:
-calmati, adesso ci sono io non ti lascio-
Dalla sacca del pronto soccorso estrassi la morfina e velocemente gli feci l’iniezione. Mi strinse forte il braccio con la sinistra e con la destra cerco di toccarmi il viso ma non aveva più la mano e il sangue mi schizzo in faccia.
-Adesso starai meglio- gli dissi.
La morfina ci mette poco a fare effetto, cominciò ad agitarsi di meno, ora potevo bloccare le emorragie con i turniket, con fatica sono riuscito a fasciarlo e stabilizzarlo.
-Monaco sei tu?- mi aveva riconosciuto, il tono della sua voce era calmo ma spaventato. -cazzo sono messo male, vero?- Non risposi. -Vorrei tanto fumare- mi disse -lo sai che non si può- gli risposi -siamo vivi ma se ti accendo una sigaretta il guardiano ci individuerà subito e per noi sarà finita, abbiamo ancora possibilità di salvarci-
-Monaco, Dove vuoi che vada senza gambe!!- una lunga pausa -sono fatto ma non stupido- mi disse. Nonostante la drammaticità del momento mi scappò un sorriso.
-io sono ancora intero e domani chiamerò i soccorsi e ci riporteranno a casa- non rispose si era addormentato, il suo respiro era calmo, ricordava quello di un bimbo nelle braccia della madre che  lo    allatta. Ora potevo concentrarmi meglio e  analizzare la situazione, non si sentivano altri lamenti o suoni che facessero intendere che qualcun altro della squadra, oltre a noi due, fosse ancora in vita. Dovevano essere le undici o forse mezzanotte, prima dell’alba mancavano ancora cinque ore. Ero troppo agitato, tormentato da pensieri e immagini. Dovevo calmarmi cercare di dormire per recuperare le forze. Come in un vecchio film a pellicola riavvolgevo tutte le sequenze, un pezzo alla volta riemergevano tutti i particolari di quella maledetta notte. L’ultimo ricordo che avevo era il bagliore accecante di una granata che era esplosa vicino, caso vuole che in quell’istante ero inchinato per raccogliere un guanto e un tronco mi aveva protetto dalle schegge, l’onda d’urto mi aveva fatto balzare in mezzo a una pozzanghera, infatti ero completamente ricoperto di fango. Quella serie di circostanze mi aveva salvato la vita, probabilmente il fango e l’acqua mi avevano nascosto all’occhio dei droni. Ancora non capivo, avevamo individuato tutte le sfere presenti nel settore C4, i piccioni viaggiatori avevano consegnato le coordinate al comando e l’artiglieria, con una precisione chirurgica aveva neutralizzato tutte le sfere, eravamo sicuri, non c’erano altre minacce, qualcosa doveva esserci sfuggito. Quella sera eravamo di buon umore la missione era conclusa potevamo rilassarci e tornare al comando. Anche se nel nostro settore non c’erano più minacce le consegne erano quelle di continuare a indossare le tute termomimetiche e rimanere nascosti in silenzio radio e di non attivare nessun tipo di dispositivo elettronico. Ci eravamo messi in cerchio e si scherzava, si rideva, poi all’improvviso l’inferno, dal cielo saranno piovute una quindicina di granate simultaneamente. Io giacevo svenuto nel fango, ora potevo immaginare cosa fosse successo. Subito dopo le granate arrivano i killer che inseguono e finiscono i sopravvissuti. Una volta al corso di addestramento ci avevano fatto vedere il video ripreso da un soldato, era tremendo, carne maciullata, grida, urla di terrore, se rimani vittima di un un’imboscata non hai dove nasconderti è finita. Com’era possibile, anche se la missione era conclusa eravamo comunque attenti a non commettere errori per farci individuare. Poi un ricordo improvviso mi venne in mente, mentre raccoglievo il guanto con la coda dell’occhio avevo visto il Pellegrino in un angolo che pregava davanti all’immagine olografica della Madonna, si stava facendo il segno della croce. Lo chiamavamo il Pellegrino perché era molto devoto e periodicamente faceva dei pellegrinaggi, quel file della Madonna lo doveva aver preso nel suo ultimo viaggio. Ecco cosa ci aveva fottuti, un’immagine olografica per un guardiano e come un invito a cena. Probabilmente da quell’immagine era riuscito a individuare tutti i componenti dell’unità, inviare il segnale alla sfera e da lì poi…..kaboom!!!! Ma c’era ancora qualcosa che non quadrava, dove si trovava quella maledetta sfera. Per dieci giorni avevamo perlustrato tutto il settore C4, individuato sei sfere, non ce n’erano altre eravamo sicuri al cento per cento, non capivo. Il pensiero di trovarmi assieme a un ferito grave in un settore nemico con una sfera ancora attiva mi spaventava.L’alveare Adesso mi sentivo solo e disperato un senso di sconforto cominciava a terrorizzarmi, la paura stava prendendo il sopravvento. La paura non è mai una buona compagna, se non controllata può diventare panico e a quel punto si perde la ragione e si commettono errori irreparabili. Cominciai a pensare di scappare, di abbandonare il ferito, da solo sarei riuscito a salvarmi. Dovevo assolutamente gestire la paura, mi concentrai, iniziai a fare lunghi respiri controllati e a praticare l’abbraccio della farfalla, una tecnica che avevo imparato durante l’addestramento, bisogna incrociare i pollici e le mani sulle spalle e alternare il picchiettio, chiudere gli occhi aiuta ad avere una maggiore percezione di sé. I pensieri inizialmente confusi si stavano ordinando, la prima cosa che dovevo fare era mettermi in sicurezza. Senza una protezione c’era il rischio di essere individuati, dovevo procurarmi la coperta termomimetica. È una coperta mimetica modificata, sotto di essa si è al sicuro, scherma dalle onde elettromagnetiche, rivela la temperatura esterna e la riproduce impedendo ai visori termici di individuarti. La mia era troppo lontana avrei dovuto di nuovo strisciare al buio per recuperarla, presi quella del compagno dal suo zaino, la aprii e ci copri entrambi. Ragionando capì che non potevo abbandonare il ferito e la missione non era conclusa. Provai a pensare a momenti piacevoli, mi venne in mente il periodo dell’addestramento, era stato duro e intenso ma lo ricordavo come un periodo felice. La nostra brigata era composta da venti soldati, ci avevano selezionato per le nostre abilità. Quando l’esercito aveva chiesto di arruolarmi stavo seguendo l’ultimo anno del corso di robotica all’università. Nel campus l’esercito aveva piazzato un gazebo e fermavano gli studenti per convincerli ad arruolarsi, avevano bisogno di militari giovani, esperti di robotica e informatica. Cinque anni prima il nostro paese aveva subito l’invasione, un esercito molto più potente e armato, rapidamente aveva conquistato molti territori. Un’inaspettata resistenza aveva bloccato e respinto un nemico che era sicuro di ottenere nel giro di qualche settimana il controllo totale del paese. Questo conflitto ricordava per le sue dinamiche la seconda grande guerra, due eserciti regolari che si affrontano, aviazione, artiglieria, fanteria trincee, assalti, bombardamenti, il passato era ora di nuovo presente. Il mondo libero si schierò dalla nostra parte ci aveva fornito aiuti e sostegno militare e assieme alla determinazione del popolo eravamo riusciti ad arrestare l’invasore. Ma qualcosa di diverso cominciava a prendere il sopravvento, qualcosa che avrebbe cambiato le tattiche di  combattimento. L’istinto di sopravvivenza ti fa trovare soluzioni alternative, fummo noi per primi ad usare i droni, semplicissimi droni, non quelli militari, ma quelli che si potevano trovare anche nei negozi di giocattoli.Inizialmente li usavamo come occhio per guidare l’artiglieria, poi modificandoli li usavamo per sganciare granate sulle postazioni nemiche e l’ultima intuizione fu quella di usarli come killer kamikaze, cecchini implacabili che ti inseguivano fino  a farti esplodere. Ogni drone in azione veniva pilotato in remoto da un  militare, che indossava un visore e come se fosse in un videogioco eseguiva le operazioni. Queste nuove tattiche di combattimento erano molto efficaci, la fanteria quando presa di mira veniva spazzata, anche i mezzi blindati ormai non riuscivano più a rendere come dovuto, se un drone killer prendeva di mira un blindato non c’era scampo. Praticamente un drone modificato che si poteva comprare online per pochi Bitcoin poteva fermare un blindato che costava milioni di dollari, questo cambiava radicalmente le tattiche di guerra. Dopo la sorpresa iniziale anche l’invasore aveva cominciato a utilizzare queste nuove tattiche di combattimento. Il salto di qualità lo fece l’informatica, i programmatori avevano sviluppato nuovi algoritmi, creati apposta per questi droni modificati. Ora non c’era più bisogno del controllo in remoto di un operatore, l’evoluzione tecnologia e informatica aveva creato un sistema autosufficiente e micidiale. L’ultima versione conosciuta era il Ciclope28 denominata Alveare, una sfera del diametro di circa tre metri che veniva paracadutato o trasportato sul luogo, erano create a forma di sfera perché potessero rotolare e spostarsi autonomamente sul campo per diversi chilometri. Il guscio era formato da tre strati, un rivestimento esterno in lega di alluminio, uno strato in acciaio spesso quattro cm e un ultimo strato in piombo che serviva per schermare la sfera dalle onde elettromagnetiche. Il rivestimento di piombo serviva anche per proteggere la sfera dai cannoni fotonici ad impulsi che venivano usati per disattivare i dispositivi elettrici. Non c’era modo di neutralizzare una sfera se non centrarla con un’ogiva all’uranio impoverito calibro 155mm, Il colpo doveva essere preciso e centrare in pieno perché altrimenti la spessa armatura avrebbe attutito l’esplosione. Al suo interno vi erano due droni guardiani, una cinquantina di droni cacciatori, e circa duecento killer. Una volta che la sfera aveva raggiunto il luogo prestabilito si ancorava al terreno e attivava le luci olografiche che riproducevano esattamente l’ambiente circostante. Dall’alto era impossibile rintracciarle, anche i satelliti più sofisticati non riuscivano a capire dove fossero dislocate. Per poterle individuare bisognava per forza recarsi sul posto. Quando la sfera si era stabilizzata dal suo guscio uscivano prima i guardiani, droni spia dotati di tutti i sensori più moderni e sofisticati necessari per individuare dispositivi elettronici, umani e mezzi corazzati. I guardiani avevano un decollo verticale e raggiunta la quota aprivano le ali e cominciavano a planare, avendo la superficie ricoperta di pannelli solari riuscivano a rimanere in volo senza necessità di ricarica per diversi giorni, mentre la sfera grazie alle nuove batterie atomiche avevano una riserva di energia di  almeno dieci anni. Per limitare al massimo la possibilità di essere individuate le sfere comunicavano col guardiano tramite fasci di luce laser. A differenza delle onde radio che si diffondono ovunque, quindi facilmente intercettabili e criptatabili, i fasci di luce laser erano praticamente impossibili da individuare. Quando un guardiano localizzava una minaccia, tramite un impulso laser diretto verso la sfera trasmetteva tutte le informazioni, l’elaboratore all’interno analizzava e sviluppava un piano d’assalto, i cacciatori e killer venivano programmati ed espulsi, a quel punto ogni drone era completamente autonomo con il suo bersaglio da colpire, non avevano bisogno di essere pilotati dalla sfera. Terminato il compito assegnato i droni rientravano per comunicare l’esito della missione, ricaricare le batterie, rifornirsi di granate e per la manutenzione automatica. Tutto questo procedimento si ripeteva fino a quando non c’era la certezza di aver annientato tutti i bersagli individuati dal guardiano. Conoscevo bene il funzionamento di tutto ciò perché all’università c’erano corsi dedicati alla ricerca e allo sviluppo di queste tecnologie militari. La missione. Ero concentrato nei pensieri quando nel silenzio della notte ho sentito il classico ronzio dei rotori di un drone che si avvicinava, Probabilmente qualcuno della squadra era ancora in vita e il guardiano lo aveva individuato e aveva mandato un cacciatore o un killer per annichilirlo. O forse era noi che stava cercando, in quel momento ho cominciato a sudare freddo. Se ci avesse localizzato sarebbe finita, non avevamo scampo. Fuggire non aveva senso, dovevo solo aspettare e pregare. Un interminabile istante, poi il sibilo di una granata e subito dopo l’esplosione. Non so come riuscì a soffocare il grido che lo spavento mi aveva messo in gola. Una cosa era certa, comunque, il drone non era lì per noi. Chi poteva essere il bersaglio forse il Santo, il Pellegrino, l’Eremita o Trinità? O il profeta? Ormai questo non aveva più importanza chiunque fosse aveva cessato di esistere. Questo mi fece pensare al gruppo, la nostra squadra la trentacinquesima brigata di ricognizione, era chiamata Gerusalemme, per questo ognuno di noi aveva preso un soprannome mistico o biblico. Il mio era Monaco, perché mi ero fatto crescere una folta e lunga barba e mi piaceva camminare scalzo anche col gelo. Ricordavo l’ultimo briefing che facemmo prima di partire per la missione, in silenzio ascoltavamo il colonnello che ci dava le consegne. Dovevamo infiltrarci nelle linee nemiche nel settore C4, all’interno della zona morta, una striscia di confine che divideva i due eserciti lunga migliaia di chilometri e larga almeno cinquanta. Nella zona morta la difesa dei confini era gestita autonomamente dalle sfere. Era ormai quasi un anno che dentro la striscia non avvenivano più scontri tra uomo e uomo e a causa del continuo  pattugliamento dei droni era impossibile o comunque molto rischioso andare a recuperare i corpi dei caduti, per questo motivo la zona morta veniva chiamata anche il grande cimitero. Una volta entrati dentro il settore dovevamo muoverci con cautela, praticamente come dei fantasmi, strisciare comunicare, con i gesti passare delle ore immobili ad aspettare le condizioni ideali per muoversi, se tirava il vento oppure c’era della foschia erano i momenti migliori per spostarsi. Eravamo addestrati per questo. Colpire un drone killer con le classiche armi da combattimento o dei fucili di precisione era quasi impossibile perché hanno dei movimenti imprevedibili sono piccoli e veloci. Solo con un fucile a pallettoni medi si poteva avere la speranza di abbatterlo. Le uniche armi in dotazione erano una Beretta 92, un fucile a pompa Fabaram stf 12 compact e alcune granate, tutto il resto diventava un peso in più da portare sulle spalle. Il nostro compito era quello di individuare le sfere. Per comunicare col comando non potevamo usare apparecchi elettronici, i droni spia avrebbero potuto rintracciare il segnale, quindi, avevamo optato per un metodo antico i colombigrammi. Il piccione viaggiatore ha un innato senso di orientamento che gli permette di tornare al proprio nido sfruttando il fenomeno della magnetoricezione. Recapitati i messaggi al comando poi l’artiglieria avrebbe fatto il resto. Il successo dell’operazione BLACK RAM era fondamentale per aprire un varco e permettere al nostro esercito di penetrare oltre le linee nemiche. Probabilmente il battaglione di fanteria meccanizzata era già in movimento e si stava dirigendo verso il settore C4 convinti che l’intera zona fosse bonificata da tutte le sfere, ma dopo quello che era successo questa notte  era chiaro che la strada non era libera e le truppe sarebbero rimaste vittime di un’imboscata. Dovevo assolutamente fare qualcosa, ma cosa, non avevo idea da dove potessero provenire quei droni. L’eccitazione adrenalinica cominciava a svanire non avevo più la forza per ragionare in modo razionale, mi arresi alla stanchezza e mi addormentai.

Visione

Il bambino si trovava in una grande stanza vuota si guardava intorno, nella penombra si vedeva un fascio di luce provenire da una porta socchiusa. Lentamente si incammina, con la mano destra prende la maniglia apre la porta e un bagliore accecante lo avvolge. Attraversa e si trova in mezzo ad un bosco innevato. Una conifera. La neve come un soffice manto ricopriva tutto, i cristalli di ghiaccio luccicavano al sole, sembrava un mondo fatato. L’aria era asciutta fresca frizzante un senso di calma di tranquillità si percepiva, poi lentamente come al rallentatore il bambino si gira e vede un grosso cane che assomiglia a un lupo correre verso di lui. Ad ogni sobbalzo il cane lancia schizzi di neve la lingua gli pende, dalle fauci escono sbuffi di vapore. il bambino non sembra spaventato anzi è contento, il cane gli balza addosso lo ribalta, comincia a leccargli la faccia. Il bambino si alza, cerca di liberarsi dal gioco del cane che continua a girargli intorno e a saltare, si spazza via di dosso la neve ghiacciata, calma il cane e assieme cominciano a camminare per un sentiero. Anche se non indossa vestiti pesanti non sente freddo. Assieme arrivano in una radura il cielo si è oscurato, davanti a sé un gruppo di persone grigie senza colore stanno in cerchio mute. Il bambino è spaventato vuole tornare indietro e giocare col cane ma non riesce qualcosa lo obbliga a muoversi verso quel gruppo di persone. Quando si avvicina si accorge che quelle persone non hanno un volto non ci sono né occhi né bocca né naso, un viso piatto nullo e sembrano non notarlo. Attraversa questo gruppo di persone e davanti gli compare una bara fatta di legno grezzo, si avvicina ha paura, vuole sapere chi c’è dentro, è troppo alto per lui e non riesce. Si aggrappa si mette in punta di piedi ma non vede, qualcuno lo solleva da terra e a quel punto riesce a vedere il viso della persona dentro la bara. Suo nonno giace disteso con le braccia incrociate un’espressione indifferente il colore della pelle violastro, Indossa il vestito che usava per andare nei boschi a caccia. Il viso si scurisce, le vene risaltano più nera, gli occhi si aprono, bianchi senza pupille il corpo comincia a decomporsi. Il bambino è terrorizzato non vuole vedere si mette una mano davanti agli occhi ma non riesce a cancellare questa  immagine, si agita, con fatica riesce a liberarsi dall’ abbraccio della persona che lo solleva e scappa via. Corre nel bosco buio, più si sforza di correre e più fatica ad andare avanti. Ora quel bambino sono io e scappo, scappo perché sento che qualcosa di malvagio mi sta inseguendo, non riesco a capire cos’è. Fuggire è inutile mi rassegno all’inevitabile aspetto terrorizzato, guardo intorno, lì vicino c’è un nascondiglio ci entro e aspetto. Sono agitato sto sudando percepisco che l’unica possibilità che ho di sopravvivere e di affrontare l’oscurità. Ragiono e capisco che quello che sto vivendo non è reale, sto sognando un incubo, questo mi tranquillizza. Mi giro e vedo mio nonno che mi allunga il fucile che usavamo per andare a caccia. Ora non ho più paura e so cosa fare, vedo avvicinarsi una bestia non capisco che animale sia ma percepisco che è malvagio, imbraccio il fucile prendo la mira esplodo un colpo, l’animale scappa, scava e si nasconde sottoterra. L’incubo sembra essere finito, ora sono ancora bambino mi trovo dentro il negozio di alimentari del paese, guardo le caramelle colorate, la signora dietro il bancone apre il vaso di vetro ne prende una si avvicina per darmela, mi accarezza il viso e il calore materno mi riempie. Sento uno strano rumore come qualcuno che sta bussando alla porta insistentemente, poi finalmente apro gli occhi un po confuso non capisco ancora dove sono giro la testa sposto la coperta e vedo un corvo che sta picchiando col becco sopra l’elmetto. In una frazione di secondo la cruda realtà della situazione si fa spazio nella mente. Mi giro, di fianco a me c’è il compagno ferito, ha perso molto sangue ma è ancora vivo, ora con la luce del giorno lo riconosco, Mosè uno degli anziani del gruppo. Inizio ad analizzare i ricordi del sogno prima che si dissolvano come nubi. Cosa mi stava dicendo mio nonno? cosa voleva farmi capire? Lui mi ha insegnato le tecniche di caccia, come muoversi nella foresta senza fare rumore come diventare invisibili per potersi avvicinare alla preda. E poi all’improvviso un’intuizione, quell’animale nel sogno che scavava per nascondersi cosa voleva dire? Sì adesso capivo ci doveva essere un alveare nascosto sotto il terreno da qualche parte, possibile!! Mosè si sveglia comincia a lamentarsi chiede dell’acqua e dell’altra morfina, prendo  l’ultima dalla sacca, cerco nella sua e ne trovo altre due gliele metto in mano e dico: -Prendi, quando senti troppo dolore fatti un’iniezione, adesso ti copro,devo andare a trovare l’alveare, deve essere nascosto sottoterra
– Mi guarda, il viso sporco di sangue, e dice: – Sottoterra!!!- una pausa -è stato tremendo, erano troppi abbiamo lottato ma non c’e stato nulla da fare-
-Tornerò a prenderti e ti riporterò a casa te lo prometto, ti metteranno delle gambe nuove, adesso fanno delleprotesi che sono meglio degli arti umani-
Mi guardò e disse -Vai-

La caccia

La pioggia della notte e il sole del mattino avevano creato le condizioni ideali, dalla terra umida si era levata una densa foschia, dovevo fare velocemente perché presto il caldo avrebbe dissipato questa nebbia. Mi servivano lo zaino il fucile e le granate. Ci misi poco a rintracciare tutto, il fucile era sporco gli diedi una pulita e oliai il meccanismo. Nella radura dove ci eravamo accampati quella notte si sentiva un forte odore di sangue e polvere da sparo. Camminando per recuperare l’attrezzatura ho visto diversi corpi alcuni erano irriconoscibili, quell’immagine, quell’odore, questa sensazione rimarrà impressa per sempre nei ricordi. Cercai di non pensare alla morte, era necessario rimanere concentrato e razionale. Dove poteva essere nascosta quella macchina infernale? Probabilmente era una nuova evoluzione, qualcosa che ancora non si conosceva, che aveva la possibilità di scavare, effettivamente il terreno qui non è sabbioso. Sicuramente doveva esserci un tunnel o un camino per permettere ai droni di uscire e rientrare. Ma come facevo a individuarla se non potevo vederla, era come cercare un ago in un pagliaio e non avevo tempo dovevo escogitare qualcosa al più presto. Seduto sull’erba bagnata circondato dalla nebbia ho pensato a diversi stratagemmi valutando quale fosse il migliore, doveva essere il migliore, perché avrei avuto solo una possibilità per riuscire. Alla fine optai per il piano più pericoloso ma anche quello che dava maggiori possibilità. Attirare i droni con un’esca e poi seguire la traiettoria del rientro per individuare la sfera. Non potevo fare da esca era troppo pericoloso, anzi impossibile a quel punto mi venne un’idea, porto sempre con me un file di Presley, sono un suo grande fan. Il piano era quello di usare il riproduttore del Pellegrino inserire il file, regolarlo per un’immagine a grandezza naturale e attivarlo, a quel punto uno scatenato che canta e balla non sarebbe rimasto inosservato. Però la seconda parte del piano sembrava un po assurda, seguire il drone fino al rientro, sono veloci e il  covo poteva anche distare diversi chilometri, non ce l’avrei fatta. -Concentrati ragiona fino a qua ci siamo e ora?-  mi venne un’altra idea, se fossi riuscito in qualche modo ad attaccare la spoletta di una granata sul drone che rientrava nella sfera, forse avevo una possibilità.Una volta dentro, la spoletta avrebbe innescato lo scoppio di tutto l’esplosivo, questo era sicuramente sufficiente. La sequenza di questo piano disperato mi fece venire in mente quello sfigato di Willy il coyote quando sulla lavagna progettava i metodi più assurdi per catturare  Beep  Beep.  Recuperai  il  riproduttore  olografico  del  Pellegrino,  un  modello recente compatto e leggero, era ancora funzionante, estrassi il file della Madonna, inserì quello di Elvis e calibrai le lenti sulla scala uno a uno, lo posizionai sopra un grosso albero spezzato a circa un metro da terra, l’esca era pronta. Presi la spoletta da una granata regolai il timer sui novanta secondi, un tempo sufficiente per permettere al killer di rientrare. Nello zaino avevo un po’ di attrezzatura, il minimo indispensabile che poteva servire per fare delle piccole manutenzioni, avevo anche un magnete abbastanza potente, con una fascetta lo fissai saldamente alla spoletta, legai uno spago alla sicura questo serviva per attivare l’innesco, poi presi un ramo, lungo un paio di metri circa e incastrai il meccanismo ad un’estremità. Era tutto pronto dovevo fare velocemente la nebbia stava evaporando, attivai il riproduttore e mi spostai. Vedere il mio idolo nel mezzo di un terreno di guerra che ballava e cantava a squarciagola:

Be-bop-a-lula she’s my baby
Be-bop-a-lula I don’t mean maybe

Era qualcosa di surreale e magico, mi aiutò a non pensare alla gravità del momento.C’era un considerevole rischio di essere scoperto, se riuscivo a mantenere la calma e con un po’ di fortuna ce l’avrei fatta. Nascosto nella nebbia a una decina di metri da Elvis senti il ronzio dei killer che si avvicinavano, come avevo immaginato erano due, uno serviva per colpire il bersaglio e l’altro di riserva nel caso il primo avesse mancato.  Al poligono ci addestravano a muoversi velocemente e con i fucili a pompa caricati a pallettoni abbattere i droni killer, eseguono traiettorie imprevedibili, ci vuole abilità per colpirli, in questo caso dovevo concentrarmi sul secondo drone quello che rimaneva distante fermo sospeso ad aspettare e controllare. I droni cominciarono a girargli  attorno velocemente e a scansionare con i loro sensori il bersaglio. Il cuore cominciò a battermi forte le mani mi tremavano. In quel momento sentii dentro di me la voce di mio nonno, quando mi portò per la prima volta a caccia e mi mise in mano il fucile: -non parlare, lo vedi la davanti a te, tra gli alberi? Ora prendi la mira ci siete solo voi due, il predatore e la preda, prima di sparare trattieni il respiro e cerca di rallentare il battito come ti ho insegnato, hai una sola possibilità.- Poi all’improvviso con uno scatto fulmineo quello più vicino si gettò sopra Elvis ed esplose. Il fumo della detonazione cominciò a svanire l’immagine olografica era sparita. Il destino era dalla mia parte, il drone di scorta si era fermato per osservare a poca distanza da me.  Con un movimento veloce preciso e silenzioso riuscì ad allungare il ramo fino sotto la pancia del d r o n e il magnete si attacco   saldamente il drone scatto via, lo spago che tenevostretto nella mano strappò la sicura della spoletta, l’ordigno era innescato. 90 secondi Dall’innesco della spoletta cominciai il conto alla rovescia:

-ottantanove, ottantotto, ottantasette-

sembrava un tempo interminabile. Quando ero a cinquantanove quello che vidi mi paralizzo, due droni killer a circa cento metri di distanza si stavano dirigendo velocemente verso di me. Il guardiano doveva avermi visto mentre facevo la manovra per agganciare la spoletta, ha comunicato con l’Alveare e da lì sono partiti altri due droni per darmi la caccia. Feci in tempo a imbracciare il fucile, misi la schiena contro un albero i killer cominciarono il loro balletto mortale, stavano ripetendo la stessa procedura che avevano fatto poco fa con Elvis. Non sapevo quale prendere di mira perché non potevo immaginare quale dei due per primo avrebbe cercato di farmi saltare in aria. Percepivo i sensi aumentati, avevo l’impressione che il tempo si fosse fermato. Il girotondo continuava, una frazione di secondo e il killer di destra parti a zig-zag, sparai una volta, riuscì a colpirlo e a farlo deviare, disperatamente saltai per allontanarmi il più possibile, il killer esplose. Caddi a terra pesantemente, provai ad alzarmi, non ci riuscivo, una scheggia aveva spezzato la tibia. Poi ad un tratto udii in lontananza un rombo sordo di una deflagrazione molto potente, l’onda d’urto aveva sollevato le foglie secche. Stavano accadendo troppe cose velocemente ero disorientato. Giro lo sguardo, vedo il secondo drone killer che mi punta, con un braccio copro il viso e penso –è finita……- Il piano ha funzionato, il drone killer con l’innesco è rientrato in tempo per esplodere dentro la sfera, la deflagrazione era imponente, si è formato un profondo cratere e gli alberi intorno si sono sradicati dal terreno. Devo ringraziare Mosè se sono ancora vivo, anche lui non si è arreso, si era trascinato più vicino, ha visto quello che stava accadendo, ha estratto la pistola ha preso la mira e con un colpo singolo è riuscito ad abbattere il killer prima che mi colpisse.

Daniele Leali Dnipro  Ucraina  26/01/2024

Questa volta non e opera mia.  Ho pubblicato un racconto di una persona di  Suzzara che ha vissuto un anno e mezzo nella guerra in Ucraina. Il racconto sembra scritto da  R. Heinlien in un capitolo del romanzo Fanteria dello Spazio capolavoro do Fantascienza Militare, dal quale è stato tratto un mediocre film. In questo racconto la fantascienza di mescola dalla realtà e la tecnologia che ai  tempi dell’autore Statunitense era solo immaginata ora è triste realtà. Ora la guerra in Ucraina è passata in secondo piano, ma rimane. 

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