
Imboscata
Galleggiavo nel nulla, il vuoto mi circondava, mi sentivo come sospeso in un luogo senza tempo. Second, minuti, ore, tutto si confondeva. Ero ancora vivo o questa strana sensazione era l’anima che si liberava del corpo. Il cervello mi diceva che avevo gli occhi aperti ma il buio era totale, e non sentivo nessun rumore. Poi all’improvviso una voce, un lamento prima lontano, poi sempre più forte e comincio a capire, a ricordare: la nostra squadra era rimasta vittima di un’imboscata. Il lamento, la voce che avevo riconosciuto era straziante, chiedeva aiuto diceva che non voleva morire, diceva che voleva tornare a casa, imprecava contro il destino. La ragione mi spingeva a rimanere immobile, fermo, il nemico poteva essere ancora lì in agguato. Non sono riuscito a ignorare quel lamento, quella richiesta di aiuto e lentamente ho cominciato a strisciare in mezzo al fango, il buio pesto e la pioggia incessante rendeva tutto più difficile, non riuscivo a capire bene in quale direzione muoversi. Accendere una torcia era da escludere, se lo avessi fatto il sorvegliante mi avrebbe individuato e nel giro di pochi minuti un cacciatore o peggio un killer mi avrebbe ucciso. Con fatica sono riuscito a raggiungere il compagno di squadra, i suoi lamenti si erano fatti più forti si capiva che stava soffrendo, tastandolo con le mani mi resi conto che entrambe le gambe all’altezza del ginocchio erano amputate, il sangue caldo e viscoso usciva dai monconi, Istintivamente cercai di tamponare.Con voce decisa gli dissi:
-calmati, adesso ci sono io non ti lascio-
Dalla sacca del pronto soccorso estrassi la morfina e velocemente gli feci l’iniezione. Mi strinse forte il braccio con la sinistra e con la destra cerco di toccarmi il viso ma non aveva più la mano e il sangue mi schizzo in faccia.
-Adesso starai meglio- gli dissi.
La morfina ci mette poco a fare effetto, cominciò ad agitarsi di meno, ora potevo bloccare le emorragie con i turniket, con fatica sono riuscito a fasciarlo e stabilizzarlo.
-Monaco sei tu?- mi aveva riconosciuto, il tono della sua voce era calmo ma spaventato. -cazzo sono messo male, vero?- Non risposi. -Vorrei tanto fumare- mi disse -lo sai che non si può- gli risposi -siamo vivi ma se ti accendo una sigaretta il guardiano ci individuerà subito e per noi sarà finita, abbiamo ancora possibilità di salvarci-
-Monaco, Dove vuoi che vada senza gambe!!- una lunga pausa -sono fatto ma non stupido- mi disse. Nonostante la drammaticità del momento mi scappò un sorriso.
-io sono ancora intero e domani chiamerò i soccorsi e ci riporteranno a casa- non rispose si era addormentato, il suo respiro era calmo, ricordava quello di un bimbo nelle braccia della madre che lo allatta. Ora potevo concentrarmi meglio e analizzare la situazione, non si sentivano altri lamenti o suoni che facessero intendere che qualcun altro della squadra, oltre a noi due, fosse ancora in vita. Dovevano essere le undici o forse mezzanotte, prima dell’alba mancavano ancora cinque ore. Ero troppo agitato, tormentato da pensieri e immagini. Dovevo calmarmi cercare di dormire per recuperare le forze. Come in un vecchio film a pellicola riavvolgevo tutte le sequenze, un pezzo alla volta riemergevano tutti i particolari di quella maledetta notte. L’ultimo ricordo che avevo era il bagliore accecante di una granata che era esplosa vicino, caso vuole che in quell’istante ero inchinato per raccogliere un guanto e un tronco mi aveva protetto dalle schegge, l’onda d’urto mi aveva fatto balzare in mezzo a una pozzanghera, infatti ero completamente ricoperto di fango. Quella serie di circostanze mi aveva salvato la vita, probabilmente il fango e l’acqua mi avevano nascosto all’occhio dei droni. Ancora non capivo, avevamo individuato tutte le sfere presenti nel settore C4, i piccioni viaggiatori avevano consegnato le coordinate al comando e l’artiglieria, con una precisione chirurgica aveva neutralizzato tutte le sfere, eravamo sicuri, non c’erano altre minacce, qualcosa doveva esserci sfuggito. Quella sera eravamo di buon umore la missione era conclusa potevamo rilassarci e tornare al comando. Anche se nel nostro settore non c’erano più minacce le consegne erano quelle di continuare a indossare le tute termomimetiche e rimanere nascosti in silenzio radio e di non attivare nessun tipo di dispositivo elettronico. Ci eravamo messi in cerchio e si scherzava, si rideva, poi all’improvviso l’inferno, dal cielo saranno piovute una quindicina di granate simultaneamente. Io giacevo svenuto nel fango, ora potevo immaginare cosa fosse successo. Subito dopo le granate arrivano i killer che inseguono e finiscono i sopravvissuti. Una volta al corso di addestramento ci avevano fatto vedere il video ripreso da un soldato, era tremendo, carne maciullata, grida, urla di terrore, se rimani vittima di un un’imboscata non hai dove nasconderti è finita. Com’era possibile, anche se la missione era conclusa eravamo comunque attenti a non commettere errori per farci individuare. Poi un ricordo improvviso mi venne in mente, mentre raccoglievo il guanto con la coda dell’occhio avevo visto il Pellegrino in un angolo che pregava davanti all’immagine olografica della Madonna, si stava facendo il segno della croce. Lo chiamavamo il Pellegrino perché era molto devoto e periodicamente faceva dei pellegrinaggi, quel file della Madonna lo doveva aver preso nel suo ultimo viaggio. Ecco cosa ci aveva fottuti, un’immagine olografica per un guardiano e come un invito a cena. Probabilmente da quell’immagine era riuscito a individuare tutti i componenti dell’unità, inviare il segnale alla sfera e da lì poi…..kaboom!!!! Ma c’era ancora qualcosa che non quadrava, dove si trovava quella maledetta sfera. Per dieci giorni avevamo perlustrato tutto il settore C4, individuato sei sfere, non ce n’erano altre eravamo sicuri al cento per cento, non capivo. Il pensiero di trovarmi assieme a un ferito grave in un settore nemico con una sfera ancora attiva mi spaventava.L’alveare Adesso mi sentivo solo e disperato un senso di sconforto cominciava a terrorizzarmi, la paura stava prendendo il sopravvento. La paura non è mai una buona compagna, se non controllata può diventare panico e a quel punto si perde la ragione e si commettono errori irreparabili. Cominciai a pensare di scappare, di abbandonare il ferito, da solo sarei riuscito a salvarmi. Dovevo assolutamente gestire la paura, mi concentrai, iniziai a fare lunghi respiri controllati e a praticare l’abbraccio della farfalla, una tecnica che avevo imparato durante l’addestramento, bisogna incrociare i pollici e le mani sulle spalle e alternare il picchiettio, chiudere gli occhi aiuta ad avere una maggiore percezione di sé. I pensieri inizialmente confusi si stavano ordinando, la prima cosa che dovevo fare era mettermi in sicurezza. Senza una protezione c’era il rischio di essere individuati, dovevo procurarmi la coperta termomimetica. È una coperta mimetica modificata, sotto di essa si è al sicuro, scherma dalle onde elettromagnetiche, rivela la temperatura esterna e la riproduce impedendo ai visori termici di individuarti. La mia era troppo lontana avrei dovuto di nuovo strisciare al buio per recuperarla, presi quella del compagno dal suo zaino, la aprii e ci copri entrambi. Ragionando capì che non potevo abbandonare il ferito e la missione non era conclusa. Provai a pensare a momenti piacevoli, mi venne in mente il periodo dell’addestramento, era stato duro e intenso ma lo ricordavo come un periodo felice. La nostra brigata era composta da venti soldati, ci avevano selezionato per le nostre abilità. Quando l’esercito aveva chiesto di arruolarmi stavo seguendo l’ultimo anno del corso di robotica all’università. Nel campus l’esercito aveva piazzato un gazebo e fermavano gli studenti per convincerli ad arruolarsi, avevano bisogno di militari giovani, esperti di robotica e informatica. Cinque anni prima il nostro paese aveva subito l’invasione, un esercito molto più potente e armato, rapidamente aveva conquistato molti territori. Un’inaspettata resistenza aveva bloccato e respinto un nemico che era sicuro di ottenere nel giro di qualche settimana il controllo totale del paese. Questo conflitto ricordava per le sue dinamiche la seconda grande guerra, due eserciti regolari che si affrontano, aviazione, artiglieria, fanteria trincee, assalti, bombardamenti, il passato era ora di nuovo presente. Il mondo libero si schierò dalla nostra parte ci aveva fornito aiuti e sostegno militare e assieme alla determinazione del popolo eravamo riusciti ad arrestare l’invasore. Ma qualcosa di diverso cominciava a prendere il sopravvento, qualcosa che avrebbe cambiato le tattiche di combattimento. L’istinto di sopravvivenza ti fa trovare soluzioni alternative, fummo noi per primi ad usare i droni, semplicissimi droni, non quelli militari, ma quelli che si potevano trovare anche nei negozi di giocattoli.Inizialmente li usavamo come occhio per guidare l’artiglieria, poi modificandoli li usavamo per sganciare granate sulle postazioni nemiche e l’ultima intuizione fu quella di usarli come killer kamikaze, cecchini implacabili che ti inseguivano fino a farti esplodere. Ogni drone in azione veniva pilotato in remoto da un militare, che indossava un visore e come se fosse in un videogioco eseguiva le operazioni. Queste nuove tattiche di combattimento erano molto efficaci, la fanteria quando presa di mira veniva spazzata, anche i mezzi blindati ormai non riuscivano più a rendere come dovuto, se un drone killer prendeva di mira un blindato non c’era scampo. Praticamente un drone modificato che si poteva comprare online per pochi Bitcoin poteva fermare un blindato che costava milioni di dollari, questo cambiava radicalmente le tattiche di guerra. Dopo la sorpresa iniziale anche l’invasore aveva cominciato a utilizzare queste nuove tattiche di combattimento. Il salto di qualità lo fece l’informatica, i programmatori avevano sviluppato nuovi algoritmi, creati apposta per questi droni modificati. Ora non c’era più bisogno del controllo in remoto di un operatore, l’evoluzione tecnologia e informatica aveva creato un sistema autosufficiente e micidiale. L’ultima versione conosciuta era il Ciclope28 denominata Alveare, una sfera del diametro di circa tre metri che veniva paracadutato o trasportato sul luogo, erano create a forma di sfera perché potessero rotolare e spostarsi autonomamente sul campo per diversi chilometri. Il guscio era formato da tre strati, un rivestimento esterno in lega di alluminio, uno strato in acciaio spesso quattro cm e un ultimo strato in piombo che serviva per schermare la sfera dalle onde elettromagnetiche. Il rivestimento di piombo serviva anche per proteggere la sfera dai cannoni fotonici ad impulsi che venivano usati per disattivare i dispositivi elettrici. Non c’era modo di neutralizzare una sfera se non centrarla con un’ogiva all’uranio impoverito calibro 155mm, Il colpo doveva essere preciso e centrare in pieno perché altrimenti la spessa armatura avrebbe attutito l’esplosione. Al suo interno vi erano due droni guardiani, una cinquantina di droni cacciatori, e circa duecento killer. Una volta che la sfera aveva raggiunto il luogo prestabilito si ancorava al terreno e attivava le luci olografiche che riproducevano esattamente l’ambiente circostante. Dall’alto era impossibile rintracciarle, anche i satelliti più sofisticati non riuscivano a capire dove fossero dislocate. Per poterle individuare bisognava per forza recarsi sul posto. Quando la sfera si era stabilizzata dal suo guscio uscivano prima i guardiani, droni spia dotati di tutti i sensori più moderni e sofisticati necessari per individuare dispositivi elettronici, umani e mezzi corazzati. I guardiani avevano un decollo verticale e raggiunta la quota aprivano le ali e cominciavano a planare, avendo la superficie ricoperta di pannelli solari riuscivano a rimanere in volo senza necessità di ricarica per diversi giorni, mentre la sfera grazie alle nuove batterie atomiche avevano una riserva di energia di almeno dieci anni. Per limitare al massimo la possibilità di essere individuate le sfere comunicavano col guardiano tramite fasci di luce laser. A differenza delle onde radio che si diffondono ovunque, quindi facilmente intercettabili e criptatabili, i fasci di luce laser erano praticamente impossibili da individuare. Quando un guardiano localizzava una minaccia, tramite un impulso laser diretto verso la sfera trasmetteva tutte le informazioni, l’elaboratore all’interno analizzava e sviluppava un piano d’assalto, i cacciatori e killer venivano programmati ed espulsi, a quel punto ogni drone era completamente autonomo con il suo bersaglio da colpire, non avevano bisogno di essere pilotati dalla sfera. Terminato il compito assegnato i droni rientravano per comunicare l’esito della missione, ricaricare le batterie, rifornirsi di granate e per la manutenzione automatica. Tutto questo procedimento si ripeteva fino a quando non c’era la certezza di aver annientato tutti i bersagli individuati dal guardiano. Conoscevo bene il funzionamento di tutto ciò perché all’università c’erano corsi dedicati alla ricerca e allo sviluppo di queste tecnologie militari. La missione. Ero concentrato nei pensieri quando nel silenzio della notte ho sentito il classico ronzio dei rotori di un drone che si avvicinava, Probabilmente qualcuno della squadra era ancora in vita e il guardiano lo aveva individuato e aveva mandato un cacciatore o un killer per annichilirlo. O forse era noi che stava cercando, in quel momento ho cominciato a sudare freddo. Se ci avesse localizzato sarebbe finita, non avevamo scampo. Fuggire non aveva senso, dovevo solo aspettare e pregare. Un interminabile istante, poi il sibilo di una granata e subito dopo l’esplosione. Non so come riuscì a soffocare il grido che lo spavento mi aveva messo in gola. Una cosa era certa, comunque, il drone non era lì per noi. Chi poteva essere il bersaglio forse il Santo, il Pellegrino, l’Eremita o Trinità? O il profeta? Ormai questo non aveva più importanza chiunque fosse aveva cessato di esistere. Questo mi fece pensare al gruppo, la nostra squadra la trentacinquesima brigata di ricognizione, era chiamata Gerusalemme, per questo ognuno di noi aveva preso un soprannome mistico o biblico. Il mio era Monaco, perché mi ero fatto crescere una folta e lunga barba e mi piaceva camminare scalzo anche col gelo. Ricordavo l’ultimo briefing che facemmo prima di partire per la missione, in silenzio ascoltavamo il colonnello che ci dava le consegne. Dovevamo infiltrarci nelle linee nemiche nel settore C4, all’interno della zona morta, una striscia di confine che divideva i due eserciti lunga migliaia di chilometri e larga almeno cinquanta. Nella zona morta la difesa dei confini era gestita autonomamente dalle sfere. Era ormai quasi un anno che dentro la striscia non avvenivano più scontri tra uomo e uomo e a causa del continuo pattugliamento dei droni era impossibile o comunque molto rischioso andare a recuperare i corpi dei caduti, per questo motivo la zona morta veniva chiamata anche il grande cimitero. Una volta entrati dentro il settore dovevamo muoverci con cautela, praticamente come dei fantasmi, strisciare comunicare, con i gesti passare delle ore immobili ad aspettare le condizioni ideali per muoversi, se tirava il vento oppure c’era della foschia erano i momenti migliori per spostarsi. Eravamo addestrati per questo. Colpire un drone killer con le classiche armi da combattimento o dei fucili di precisione era quasi impossibile perché hanno dei movimenti imprevedibili sono piccoli e veloci. Solo con un fucile a pallettoni medi si poteva avere la speranza di abbatterlo. Le uniche armi in dotazione erano una Beretta 92, un fucile a pompa Fabaram stf 12 compact e alcune granate, tutto il resto diventava un peso in più da portare sulle spalle. Il nostro compito era quello di individuare le sfere. Per comunicare col comando non potevamo usare apparecchi elettronici, i droni spia avrebbero potuto rintracciare il segnale, quindi, avevamo optato per un metodo antico i colombigrammi. Il piccione viaggiatore ha un innato senso di orientamento che gli permette di tornare al proprio nido sfruttando il fenomeno della magnetoricezione. Recapitati i messaggi al comando poi l’artiglieria avrebbe fatto il resto. Il successo dell’operazione BLACK RAM era fondamentale per aprire un varco e permettere al nostro esercito di penetrare oltre le linee nemiche. Probabilmente il battaglione di fanteria meccanizzata era già in movimento e si stava dirigendo verso il settore C4 convinti che l’intera zona fosse bonificata da tutte le sfere, ma dopo quello che era successo questa notte era chiaro che la strada non era libera e le truppe sarebbero rimaste vittime di un’imboscata. Dovevo assolutamente fare qualcosa, ma cosa, non avevo idea da dove potessero provenire quei droni. L’eccitazione adrenalinica cominciava a svanire non avevo più la forza per ragionare in modo razionale, mi arresi alla stanchezza e mi addormentai.
Visione
Il bambino si trovava in una grande stanza vuota si guardava intorno, nella penombra si vedeva un fascio di luce provenire da una porta socchiusa. Lentamente si incammina, con la mano destra prende la maniglia apre la porta e un bagliore accecante lo avvolge. Attraversa e si trova in mezzo ad un bosco innevato. Una conifera. La neve come un soffice manto ricopriva tutto, i cristalli di ghiaccio luccicavano al sole, sembrava un mondo fatato. L’aria era asciutta fresca frizzante un senso di calma di tranquillità si percepiva, poi lentamente come al rallentatore il bambino si gira e vede un grosso cane che assomiglia a un lupo correre verso di lui. Ad ogni sobbalzo il cane lancia schizzi di neve la lingua gli pende, dalle fauci escono sbuffi di vapore. il bambino non sembra spaventato anzi è contento, il cane gli balza addosso lo ribalta, comincia a leccargli la faccia. Il bambino si alza, cerca di liberarsi dal gioco del cane che continua a girargli intorno e a saltare, si spazza via di dosso la neve ghiacciata, calma il cane e assieme cominciano a camminare per un sentiero. Anche se non indossa vestiti pesanti non sente freddo. Assieme arrivano in una radura il cielo si è oscurato, davanti a sé un gruppo di persone grigie senza colore stanno in cerchio mute. Il bambino è spaventato vuole tornare indietro e giocare col cane ma non riesce qualcosa lo obbliga a muoversi verso quel gruppo di persone. Quando si avvicina si accorge che quelle persone non hanno un volto non ci sono né occhi né bocca né naso, un viso piatto nullo e sembrano non notarlo. Attraversa questo gruppo di persone e davanti gli compare una bara fatta di legno grezzo, si avvicina ha paura, vuole sapere chi c’è dentro, è troppo alto per lui e non riesce. Si aggrappa si mette in punta di piedi ma non vede, qualcuno lo solleva da terra e a quel punto riesce a vedere il viso della persona dentro la bara. Suo nonno giace disteso con le braccia incrociate un’espressione indifferente il colore della pelle violastro, Indossa il vestito che usava per andare nei boschi a caccia. Il viso si scurisce, le vene risaltano più nera, gli occhi si aprono, bianchi senza pupille il corpo comincia a decomporsi. Il bambino è terrorizzato non vuole vedere si mette una mano davanti agli occhi ma non riesce a cancellare questa immagine, si agita, con fatica riesce a liberarsi dall’ abbraccio della persona che lo solleva e scappa via. Corre nel bosco buio, più si sforza di correre e più fatica ad andare avanti. Ora quel bambino sono io e scappo, scappo perché sento che qualcosa di malvagio mi sta inseguendo, non riesco a capire cos’è. Fuggire è inutile mi rassegno all’inevitabile aspetto terrorizzato, guardo intorno, lì vicino c’è un nascondiglio ci entro e aspetto. Sono agitato sto sudando percepisco che l’unica possibilità che ho di sopravvivere e di affrontare l’oscurità. Ragiono e capisco che quello che sto vivendo non è reale, sto sognando un incubo, questo mi tranquillizza. Mi giro e vedo mio nonno che mi allunga il fucile che usavamo per andare a caccia. Ora non ho più paura e so cosa fare, vedo avvicinarsi una bestia non capisco che animale sia ma percepisco che è malvagio, imbraccio il fucile prendo la mira esplodo un colpo, l’animale scappa, scava e si nasconde sottoterra. L’incubo sembra essere finito, ora sono ancora bambino mi trovo dentro il negozio di alimentari del paese, guardo le caramelle colorate, la signora dietro il bancone apre il vaso di vetro ne prende una si avvicina per darmela, mi accarezza il viso e il calore materno mi riempie. Sento uno strano rumore come qualcuno che sta bussando alla porta insistentemente, poi finalmente apro gli occhi un po confuso non capisco ancora dove sono giro la testa sposto la coperta e vedo un corvo che sta picchiando col becco sopra l’elmetto. In una frazione di secondo la cruda realtà della situazione si fa spazio nella mente. Mi giro, di fianco a me c’è il compagno ferito, ha perso molto sangue ma è ancora vivo, ora con la luce del giorno lo riconosco, Mosè uno degli anziani del gruppo. Inizio ad analizzare i ricordi del sogno prima che si dissolvano come nubi. Cosa mi stava dicendo mio nonno? cosa voleva farmi capire? Lui mi ha insegnato le tecniche di caccia, come muoversi nella foresta senza fare rumore come diventare invisibili per potersi avvicinare alla preda. E poi all’improvviso un’intuizione, quell’animale nel sogno che scavava per nascondersi cosa voleva dire? Sì adesso capivo ci doveva essere un alveare nascosto sotto il terreno da qualche parte, possibile!! Mosè si sveglia comincia a lamentarsi chiede dell’acqua e dell’altra morfina, prendo l’ultima dalla sacca, cerco nella sua e ne trovo altre due gliele metto in mano e dico: -Prendi, quando senti troppo dolore fatti un’iniezione, adesso ti copro,devo andare a trovare l’alveare, deve essere nascosto sottoterra
– Mi guarda, il viso sporco di sangue, e dice: – Sottoterra!!!- una pausa -è stato tremendo, erano troppi abbiamo lottato ma non c’e stato nulla da fare-
-Tornerò a prenderti e ti riporterò a casa te lo prometto, ti metteranno delle gambe nuove, adesso fanno delleprotesi che sono meglio degli arti umani-
Mi guardò e disse -Vai-
La caccia
La pioggia della notte e il sole del mattino avevano creato le condizioni ideali, dalla terra umida si era levata una densa foschia, dovevo fare velocemente perché presto il caldo avrebbe dissipato questa nebbia. Mi servivano lo zaino il fucile e le granate. Ci misi poco a rintracciare tutto, il fucile era sporco gli diedi una pulita e oliai il meccanismo. Nella radura dove ci eravamo accampati quella notte si sentiva un forte odore di sangue e polvere da sparo. Camminando per recuperare l’attrezzatura ho visto diversi corpi alcuni erano irriconoscibili, quell’immagine, quell’odore, questa sensazione rimarrà impressa per sempre nei ricordi. Cercai di non pensare alla morte, era necessario rimanere concentrato e razionale. Dove poteva essere nascosta quella macchina infernale? Probabilmente era una nuova evoluzione, qualcosa che ancora non si conosceva, che aveva la possibilità di scavare, effettivamente il terreno qui non è sabbioso. Sicuramente doveva esserci un tunnel o un camino per permettere ai droni di uscire e rientrare. Ma come facevo a individuarla se non potevo vederla, era come cercare un ago in un pagliaio e non avevo tempo dovevo escogitare qualcosa al più presto. Seduto sull’erba bagnata circondato dalla nebbia ho pensato a diversi stratagemmi valutando quale fosse il migliore, doveva essere il migliore, perché avrei avuto solo una possibilità per riuscire. Alla fine optai per il piano più pericoloso ma anche quello che dava maggiori possibilità. Attirare i droni con un’esca e poi seguire la traiettoria del rientro per individuare la sfera. Non potevo fare da esca era troppo pericoloso, anzi impossibile a quel punto mi venne un’idea, porto sempre con me un file di Presley, sono un suo grande fan. Il piano era quello di usare il riproduttore del Pellegrino inserire il file, regolarlo per un’immagine a grandezza naturale e attivarlo, a quel punto uno scatenato che canta e balla non sarebbe rimasto inosservato. Però la seconda parte del piano sembrava un po assurda, seguire il drone fino al rientro, sono veloci e il covo poteva anche distare diversi chilometri, non ce l’avrei fatta. -Concentrati ragiona fino a qua ci siamo e ora?- mi venne un’altra idea, se fossi riuscito in qualche modo ad attaccare la spoletta di una granata sul drone che rientrava nella sfera, forse avevo una possibilità.Una volta dentro, la spoletta avrebbe innescato lo scoppio di tutto l’esplosivo, questo era sicuramente sufficiente. La sequenza di questo piano disperato mi fece venire in mente quello sfigato di Willy il coyote quando sulla lavagna progettava i metodi più assurdi per catturare Beep Beep. Recuperai il riproduttore olografico del Pellegrino, un modello recente compatto e leggero, era ancora funzionante, estrassi il file della Madonna, inserì quello di Elvis e calibrai le lenti sulla scala uno a uno, lo posizionai sopra un grosso albero spezzato a circa un metro da terra, l’esca era pronta. Presi la spoletta da una granata regolai il timer sui novanta secondi, un tempo sufficiente per permettere al killer di rientrare. Nello zaino avevo un po’ di attrezzatura, il minimo indispensabile che poteva servire per fare delle piccole manutenzioni, avevo anche un magnete abbastanza potente, con una fascetta lo fissai saldamente alla spoletta, legai uno spago alla sicura questo serviva per attivare l’innesco, poi presi un ramo, lungo un paio di metri circa e incastrai il meccanismo ad un’estremità. Era tutto pronto dovevo fare velocemente la nebbia stava evaporando, attivai il riproduttore e mi spostai. Vedere il mio idolo nel mezzo di un terreno di guerra che ballava e cantava a squarciagola:
Be-bop-a-lula she’s my baby
Be-bop-a-lula I don’t mean maybe
Era qualcosa di surreale e magico, mi aiutò a non pensare alla gravità del momento.C’era un considerevole rischio di essere scoperto, se riuscivo a mantenere la calma e con un po’ di fortuna ce l’avrei fatta. Nascosto nella nebbia a una decina di metri da Elvis senti il ronzio dei killer che si avvicinavano, come avevo immaginato erano due, uno serviva per colpire il bersaglio e l’altro di riserva nel caso il primo avesse mancato. Al poligono ci addestravano a muoversi velocemente e con i fucili a pompa caricati a pallettoni abbattere i droni killer, eseguono traiettorie imprevedibili, ci vuole abilità per colpirli, in questo caso dovevo concentrarmi sul secondo drone quello che rimaneva distante fermo sospeso ad aspettare e controllare. I droni cominciarono a girargli attorno velocemente e a scansionare con i loro sensori il bersaglio. Il cuore cominciò a battermi forte le mani mi tremavano. In quel momento sentii dentro di me la voce di mio nonno, quando mi portò per la prima volta a caccia e mi mise in mano il fucile: -non parlare, lo vedi la davanti a te, tra gli alberi? Ora prendi la mira ci siete solo voi due, il predatore e la preda, prima di sparare trattieni il respiro e cerca di rallentare il battito come ti ho insegnato, hai una sola possibilità.- Poi all’improvviso con uno scatto fulmineo quello più vicino si gettò sopra Elvis ed esplose. Il fumo della detonazione cominciò a svanire l’immagine olografica era sparita. Il destino era dalla mia parte, il drone di scorta si era fermato per osservare a poca distanza da me. Con un movimento veloce preciso e silenzioso riuscì ad allungare il ramo fino sotto la pancia del d r o n e il magnete si attacco saldamente il drone scatto via, lo spago che tenevostretto nella mano strappò la sicura della spoletta, l’ordigno era innescato. 90 secondi Dall’innesco della spoletta cominciai il conto alla rovescia:
-ottantanove, ottantotto, ottantasette-
sembrava un tempo interminabile. Quando ero a cinquantanove quello che vidi mi paralizzo, due droni killer a circa cento metri di distanza si stavano dirigendo velocemente verso di me. Il guardiano doveva avermi visto mentre facevo la manovra per agganciare la spoletta, ha comunicato con l’Alveare e da lì sono partiti altri due droni per darmi la caccia. Feci in tempo a imbracciare il fucile, misi la schiena contro un albero i killer cominciarono il loro balletto mortale, stavano ripetendo la stessa procedura che avevano fatto poco fa con Elvis. Non sapevo quale prendere di mira perché non potevo immaginare quale dei due per primo avrebbe cercato di farmi saltare in aria. Percepivo i sensi aumentati, avevo l’impressione che il tempo si fosse fermato. Il girotondo continuava, una frazione di secondo e il killer di destra parti a zig-zag, sparai una volta, riuscì a colpirlo e a farlo deviare, disperatamente saltai per allontanarmi il più possibile, il killer esplose. Caddi a terra pesantemente, provai ad alzarmi, non ci riuscivo, una scheggia aveva spezzato la tibia. Poi ad un tratto udii in lontananza un rombo sordo di una deflagrazione molto potente, l’onda d’urto aveva sollevato le foglie secche. Stavano accadendo troppe cose velocemente ero disorientato. Giro lo sguardo, vedo il secondo drone killer che mi punta, con un braccio copro il viso e penso –è finita……- Il piano ha funzionato, il drone killer con l’innesco è rientrato in tempo per esplodere dentro la sfera, la deflagrazione era imponente, si è formato un profondo cratere e gli alberi intorno si sono sradicati dal terreno. Devo ringraziare Mosè se sono ancora vivo, anche lui non si è arreso, si era trascinato più vicino, ha visto quello che stava accadendo, ha estratto la pistola ha preso la mira e con un colpo singolo è riuscito ad abbattere il killer prima che mi colpisse.
Daniele Leali Dnipro Ucraina 26/01/2024
Questa volta non e opera mia. Ho pubblicato un racconto di una persona di Suzzara che ha vissuto un anno e mezzo nella guerra in Ucraina. Il racconto sembra scritto da R. Heinlien in un capitolo del romanzo Fanteria dello Spazio capolavoro do Fantascienza Militare, dal quale è stato tratto un mediocre film. In questo racconto la fantascienza di mescola dalla realtà e la tecnologia che ai tempi dell’autore Statunitense era solo immaginata ora è triste realtà. Ora la guerra in Ucraina è passata in secondo piano, ma rimane.